25 August 2016

Globalizzazione e Offshoring: quali sono i potenziali effetti su occupazione e salari? (seconda parte)

Premessa
Durante la mia permanenza in Inghilterra, presso la prestigiosa University of Essex, ho avuto l’opportunità di realizzare alcuni lavori di approfondimento su tematiche di economia internazionale di forte attualità. Nello specifico, si tratta di argomenti che, ogni anno, emergono con prepotenza quasi a voler ricordare che nulla è stato fatto per risolvere le questioni o, in alternativa, che non si è ancora trovata alcuna soluzione a problematiche che interessano da vicino, direttamente o indirettamente, sia i Paesi in via di sviluppo, sia quelli sviluppati. Uno dei temi sui quali ho voluto concentrare l’attenzione è quello della cosiddetta “globalizzazione”, vista, da alcuni, come la causa di tutti i mali dell’economia e, da altri, come la principale imputata nel processo contro la persistente crisi economica. Ovviamente, è necessario sempre tenere a mente che ciò che sembra, non sempre coincide con la realtà. Da qui la crescente curiosità di indagare a fondo eventuali relazioni tra globalizzazione e politiche di offshoring per verificare, sotto il profilo teorico, gli effetti su occupazione e salari. Quando si affrontano tematiche di questo tenore, la speranza è quella di dar vita ad un acceso dibattito. Pertanto, eventuali opinioni in disaccordo non potranno altro che dimostrare di aver centrato l’obiettivo.

Abstract
La teoria del commercio internazionale suggerisce che quando un Paese trasferisce parte della sua produzione all’estero, l’impatto sui lavoratori in quel Paese, nel lungo periodo, può essere positivo o negativo. Questo studio analizza, teoricamente, le conseguenze occupazionali e salariali nei paesi sviluppati indotti dalle politiche di delocalizzazione adottate negli ultimi trent’anni. Il principale obiettivo è quello di verificare se il processo di globalizzazione possa considerarsi la principale causa della disoccupazione o, in alternativa, se abbia giocato un ruolo chiave nella crisi economica che persiste nei paesi occidentali.

Sommario
1. Introduzione - 2. Parola d’ordine: globalizzazione - 3. Offshoring: esportare occupazione per ridurre i salari interni? - 4. Conclusioni - 5. Bibliografia.

(segue)

2. Parola d’ordine: globalizzazione
Nel corso degli anni, gli economisti hanno sottovalutato l’idea che ci fossero dei collegamenti tra commercio internazionale e occupazione. La teoria economica non ha messo in evidenza effetti negativi nel mercato del lavoro. Infatti, essa si basa, generalmente, su ipotesi che hanno la prospettiva di illustrare gli impatti positivi di un modello economico e queste congetture mirano, quindi, ad evitare di prendere in considerazione potenziali effetti avversi. Ad oggi, il cosiddetto modello HECHSCHER-OHLIN (“The Effects of Foreign Trade on the Distribution of Income”, Economisk Tidskrift, Volume 21, 1919; “Interregional and International Trade”, Harvard University Press, 1933) è sempre considerato un fondamentale punto di partenza per ogni analisi in materia di commercio internazionale e sugli effetti che ne derivano. L’idea alla base del modello è che il mercato del lavoro operi in regime di concorrenza perfetta e, conseguentemente, la piena occupazione è garantita. In altri termini, i settori produttivi in espansione assorbono i lavoratori licenziati da quelli in crisi. Inoltre, il modello in questione non prende in considerazione né gli effetti di breve periodo, né quelli di più ampio respiro, in quanto il processo di aggiustamento del mercato verso l’equilibrio è istantaneo. In sintesi, la riallocazione della forza lavoro è l’unico impatto che incide sul mercato del lavoro. In ogni caso, questa ipotesi presenta alcuni difetti poiché i lavoratori non sono in possesso delle medesime attitudini. Infatti, essi hanno differenti capacità e questo può richiedere tempo prima di trovare una nuova occupazione. In alcuni loro paper, gli studiosi DAVIDSON e MATUSZ (“International Trade and Labor Markets: Theory, Evidence and Policy Implication”, Upjohn Institute for Employment Research, 2004; “Trade and Turnover: Theory and Evidence”, Review of International Economics, Volume 13, n° 5, 2005; “Trade Liberalization and Compensation”, International Economic Review, Volume 47, n° 3, 2006), ipotizzando un mercato del lavoro in regime di concorrenza imperfetta, hanno dimostrato l’esistenza di un legame tra commercio internazionale e occupazione, nel senso che l’aumento degli scambi commerciali può avere riflessi sul tasso di disoccupazione. Prima di approfondire la questione, sono necessari alcuni richiami storici. Al termine della Guerra Fredda, la parola d’ordine è sembrata essere solo una: globalizzazione. Durante gli Anni ’90, il raggio di azione dell’economia mondiale si è gradualmente allungato e l’assenza di un collegamento tra commercio internazionale e occupazione ha iniziato a perdere consensi. In precedenza, i paesi sviluppati commerciavano con altre nazioni industrializzate e la produzione era, generalmente, consumata internamente o esportata. Per questo, essi avevano un sistema economico simile, non c’erano sensibili differenze salariali e le imprese nostrane non reputavano così redditizio trasferire la loro produzione in altri paesi occidentali. Da quando le barriere ideologiche sono cadute, i paesi in via di sviluppo hanno iniziato a competere con il mondo industrializzato. Grazie a salari più bassi, essi hanno calamitato ingenti investimenti. In conseguenza di costi commerciali ridotti, le imprese occidentali hanno iniziato a spostare parte della loro produzione all’estero. La concorrenza su scala planetaria ha portato sempre più imprenditori a individuare nuove opportunità nei mercati di tutto il mondo, non solo per conseguire profitti più elevati, ma soprattutto per sopravvivere nel mercato globale. Nei paesi sviluppati comunemente si ritiene che uno degli effetti negativi generati dalla globalizzazione sia rappresentato dalla disoccupazione, anche se studi empirici sembrano dimostrare l’esatto contrario. Nella realtà il mercato del lavoro opera in regime di concorrenza imperfetta e, quindi, un settore produttivo in recessione può generare, nel breve periodo, un aumento della disoccupazione. Infatti, i lavoratori disoccupati possono avere difficoltà a trovare un nuovo lavoro a causa, ad esempio, della loro età, del loro livello di istruzione ed esperienza. Per contro, nel lungo periodo, il processo di aggiustamento del mercato può portare all’incremento dell’occupazione grazie sia a politiche imprenditoriali, sia governative. DUTT et al. (“International Trade and Unemployment: Theory and Cross-national Evidence”, Journal of International Economics, Volume 78, n° 1, 2009) hanno empiricamente dimostrato che esiste un collegamento tra apertura del mercato all’esterno e disoccupazione. Gli studiosi hanno costruito un modello econometrico prendendo in considerazione variabili dummy per confermare l’apertura commerciale o meno di un paese con l’esterno. In aggiunta, il modello proposto ha incluso diversi periodi di analisi per verificare gli effetti sia di breve periodo, sia di lungo. I risultati ottenuti mettono in evidenza un aumento della disoccupazione nel breve periodo e una diminuzione nel lungo termine. Quindi, gli autori sostengono che l’apertura di un paese al commercio internazionale porta alla riduzione della disoccupazione. Il modello presentato, però, contiene alcuni limiti:
a)   in primo luogo, esso prende in considerazione diversi paesi, dividendoli in due gruppi a seconda del loro grado di apertura verso l’esterno. Quindi, non è chiaro con quale criterio la disoccupazione possa dipendere dal volume di scambi con l’estero, precisando che è anche difficile costruire un indice appropriato per misurarlo;
b)  in secondo luogo, non ci sono prove a sostegno che la riduzione della disoccupazione possa essere associata al commercio internazionale. Infatti, gli effetti positivi in termini occupazionali possono essere imputati ad adeguate politiche governative come, ad esempio, stimoli agli investimenti/consumo, assunzioni di personale nel Settore pubblico, limitazione dei flussi di immigrazione.
Parlando di globalizzazione e dei suoi effetti sull’occupazione, GÖRG (“Globalization, Offshoring and Jobs”, International Labour Organization/World Trade Organization, 2011) ha elencato una serie di ricerche empiriche riferite ai paesi sviluppati. Alcuni di questi studi hanno messo in evidenza risultati validi sia nel breve periodo, sia nel lungo. Nello specifico, ad eccezione di qualche caso isolato, come ad esempio IBSEN et al. (“Employment Growth and International Trade: A Small Open Economy Perspective”, Aarhus School of Business/Aarhus University, Working Paper n° 09-9, 2009) per la Danimarca, è emerso che il Nord America e l’Europa hanno fornito prove simili. I risultati empirici hanno confermato l’ipotesi che, nel breve periodo, un paese può registrare una riduzione del tasso di occupazione a causa del processo di aggiustamento del mercato, mentre nel lungo periodo (tre/cinque anni) alcuni lavoratori hanno la possibilità di trovare una nuova occupazione (sul tema si può consultare anche KLETZER, “Job Loss from Imports: Measuring the Costs”, Institute for International Economics, 2001). Illustrando i risultati forniti da altre ricerche, GÖRG ha argomentato che:
a) i settori che importano registrano un incremento della disoccupazione, perché distruggono posti di lavoro o, alternativamente, bassi tassi di crescita dell’occupazione;
b)  i settori che esportano, al contrario, generano un aumento del livello occupazionale, in quanto creano nuove opportunità o, alternativamente, alti tassi di crescita dell’occupazione.
In sintesi, considerando gli effetti sulla disoccupazione da parte delle importazioni e/o esportazioni sulla disoccupazione, non è così chiaro se essi dipendono unicamente dal fenomeno della globalizzazione oppure anche da altre politiche commerciali. In aggiunta, ad esempio, un elevato volume di scambi può essere indotto da maggiori vendite all’estero a causa di prodotti di successo, che richiedono, a loro volta, maggiori importazioni di materie prime. Questo volume di scambio potrebbe essere imputato a esportazioni verso alcuni paesi e importazioni da un limitato numero di altri paesi. Ciò significa che, per questi settori, potrebbe essere una questione di efficienza e non di globalizzazione. In conclusione, la relazione tra globalizzazione e occupazione è un problema serio. La teoria economica afferma che l’apertura di un paese al commercio internazione può avere considerevoli benefici in ogni paese per effetto di una vasta gamma di prodotti disponibili sul mercato. Tuttavia, anche l’occupazione è una questione di vitale importanza e, secondo KRUGMAN (“The Accidental Theorist”, W.W. Norton & Company Inc., 1998) il lavoro non deve essere considerato alla stregua di una merce, perché, grazie ad un più ampio assortimento di prodotti, un mercante può vendere diversi beni, mentre il lavoratore ha generalmente una sola occupazione. Per questi motivi, lasciare una merce invenduta potrebbe non essere profittevole per il negoziante, mentre lasciare il lavoratore senza una occupazione è una tragedia. Se si considera la globalizzazione sotto il profilo commerciale, diversi autori hanno dimostrato che le importazioni incidono negativamente sul tasso di occupazione, mentre le esportazioni agiscono in senso opposto ed il commercio internazionale influenza il livello occupazionale in due diversi modi:
a) il primo, nel breve periodo, attraverso la perdita di posti di lavoro;
b) il secondo, nel lungo periodo, attraverso la creazione di nuove opportunità lavorative.
(continua)

AuthorEmanuele COSTA
Published byBacherontius n° o2/Luglio 2016 con il titolo «Globalizzazione: quali effetti su occupazione e salari? (seconda parte)»

14 July 2016

Economia immaginaria: utopia o triste realtà? (prima parte)

Non passa giorno senza un bombardamento a tappeto, da parte dei media (social o meno), sullo stato in cui versa la situazione economico/finanziaria del Paese. Ovviamente, per la componente governativa, tutto sta procedendo secondo i piani, ossia al meglio. I provvedimenti di matrice maggioritaria stanno producendo quegli effetti positivi per i quali sono stati faticosamente approvati. In altre parole, non solo si incomincia a scorgere la luce in fondo al tunnel, anzi l'Italia ne è già fuori e si sta incamminando, anche se lentamente, verso la ripresa economica. E' solo una questione di tempo, si tratta di avere ancora un po' di pazienza. Peccato che, come spesso accade, non sia fornita anche la dimensione temporale necessaria affinché quella pazienza diventi, finalmente, un brutto ricordo. Per i detrattori, al contrario, le norme emanate in materia economica non si stanno convertendo in benefici tangibili. I sospirati miglioramenti della congiuntura tardano a verificarsi o, nel caso di un leggero segnale di ripresa, si tratta solo di un cosiddetto "fuoco di paglia" destinato a spegnersi al primo alito di vento. Chi ha ragione? E' nella normalità delle cose che ogni colore politico cerchi di tirare l'acqua al proprio mulino, in modo da tentare di amicarsi le simpatie del Cittadino, visto non come soggetto con bisogni da soddisfare, ma come individuo in grado di esprimere una preferenza in prospettiva della prossima consultazione elettorale. E' il classico gioco delle parti. Se si invertono i ruoli, il risultato non cambia! E' giunta l'ora di prendere coscienza che ogni decisione governativa, qualunque sia la tessera politica di appartenenza, sembra sempre più fondata sul principio della "eterogenesi dei fini", coniata dal filosofo tedesco Wilhelm Maximilian WUNDT per definire "conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali". In altre parole, si prendono decisioni con scopi ben precisi che si risolvono in tutt'altro, spesso nel loro contrario. Per uscire da questo meccanismo, può essere utile stimolare la propria immaginazione e porsi qualche domanda, anche provocatoria, fuori da qualsiasi schema stereotipato. Potrebbe essere un esercizio interessante, soprattutto con la prospettiva di non illudere quella massa di giovani che, in un prossimo futuro, potrebbero trovarsi a ciondolare come anime disperate in mezzo ad una strada, in cerca di quell'Eldorado rappresentato da un posto di lavoro. Ad oggi, l'unica speranza per loro può sintetizzarsi nell'affermazione di Herbert HOOVER (trentunesimo Presidente degli Stati Uniti d'America): «Beati i giovani perché erediteranno il debito pubblico». E non è un caso se questa citazione sia stata formulata da uno statista che si è trovato ad affrontare la fase più acuta della Grande Depressione degli Anni Trenta. Un motivo ci sarà stato! - (continua).

AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° 2/Febbraio 2016 con il titolo «Economia immaginaria: utopia o triste realtà (prima parte)»

19 April 2016

Globalizzazione e Offshoring: quali sono i potenziali effetti su occupazione e salari? (prima parte)

Premessa
Durante la mia permanenza in Inghilterra, presso la prestigiosa University of Essex, ho avuto l’opportunità di realizzare alcuni lavori di approfondimento su tematiche di economia internazionale di forte attualità. Nello specifico, si tratta di argomenti che, ogni anno, emergono con prepotenza quasi a voler ricordare che nulla è stato fatto per risolvere le questioni o, in alternativa, che non si è ancora trovata alcuna soluzione a problematiche che interessano da vicino, direttamente o indirettamente, sia i Paesi in via di sviluppo, sia quelli sviluppati. Uno dei temi sui quali ho voluto concentrare l’attenzione è quello della cosiddetta “globalizzazione”, vista, da alcuni, come la causa di tutti i mali dell’economia e, da altri, come la principale imputata nel processo contro la persistente crisi economica. Ovviamente, è necessario sempre tenere a mente che ciò che sembra, non sempre coincide con la realtà. Da qui la crescente curiosità di indagare a fondo eventuali relazioni tra globalizzazione e politiche di offshoring per verificare, sotto il profilo teorico, gli effetti su occupazione e salari. Quando si affrontano tematiche di questo tenore, la speranza è quella di dar vita ad un acceso dibattito. Pertanto, eventuali opinioni in disaccordo non potranno altro che dimostrare di aver centrato l’obiettivo.

Abstract
La teoria del commercio internazionale suggerisce che quando un Paese trasferisce parte della sua produzione all’estero, l’impatto sui lavoratori in quel Paese, nel lungo periodo, può essere positivo o negativo. Questo studio analizza, teoricamente, le conseguenze occupazionali e salariali nei paesi sviluppati indotti dalle politiche di delocalizzazione adottate negli ultimi trent’anni. Il principale obiettivo è quello di verificare se il processo di globalizzazione possa considerarsi la principale causa della disoccupazione o, in alternativa, se abbia giocato un ruolo chiave nella crisi economica che persiste nei paesi occidentali.

Sommario
1. Introduzione - 2. Parola d’ordine: globalizzazione - 3. Offshoring: esportare occupazione per ridurre i salari interni? - 4. Conclusioni - 5. Bibliografia.

1. Introduzione
Gli effetti prodotti dalla crisi economica del 2007 si possono considerare più catastrofici di quelli generati, nel 1930, dalla cosiddetta “Grande Depressione”? L’attuale e persistente crisi economica sembra avere origini antiche o, meglio, più di un padre. Per queste ragioni non è facile fare un confronto tra i due fenomeni perché, pur essendo simili nominalmente, in realtà differiscono sotto molti aspetti. Nello specifico, nel 1930 lo scenario era profondamente diverso, nel senso che la crisi economica aveva interessato un ristretto numero di Paesi (in modo particolare Stati Uniti e nazioni europee) e traeva origine dal settore industriale. Forse, è per queste ragioni che oggi le persone preferiscono parlare di “crisi globale” e non semplicemente di “crisi economica”. Infatti, nei paesi occidentali, lo scenario degli Anni Trenta si colloca dopo la Prima Guerra Mondiale e un periodo relativamente breve di espansione economica, mentre oggi, nei Paesi industrializzati, il contesto nasce da un periodo di circa sessant’anni di pace, durante il quale i Paesi sviluppati hanno avuto la possibilità di sfruttare varie opportunità generate da una graduale integrazione economica, costruendo, contestualmente, le fondamenta della attuale fase recessiva. Quindi, il problema sembra avere un solo perdente: il mondo industrializzato, che, per decenni, ha migliorato, più o meno, il suo livello di benessere. Attualmente, i Paesi sviluppati stanno ancora lottando per uscire dalla recessione, mentre le economie meno sviluppate si trovano a fare i conti con una crescita economica sostenuta. Quindi, ha ancora senso parlare di “crisi globale”? In genere, le persone tendono a considerare un fenomeno negativo solo quando si verifica nei Paesi occidentali. Stati Uniti ed Europa sono investiti da una crescita economica debole o negativa e, conseguentemente, l’opinione pubblica si (auto)convince di trovarsi in recessione. Al contrario, Cina e India (che, tra l’altro, sono anche le nazioni più popolate del pianeta) stanno registrando alti tassi di crescita economica. In altre parole, all’interno di questi due paesi la “crisi globale” non esiste o, nella peggiore delle ipotesi, si tratta di una crescita economica più debole rispetto agli anni precedenti. Si tratta, però, pur sempre di crescita e non di recessione! Analizzando il contesto storico, i paesi sviluppati hanno iniziato ad andare in crisi nei primi Anni Novanta, in seguito alla fine della Guerra Fredda, al collasso dell’Unione Sovietica e all’avvio del processo di “occidentalizzazione” dell’Europa Orientale. Si è trattato, in pratica, del primo passo verso la cosiddetta “europeizzazione” dell’economia o, letto in altri termini, una sorta di globalizzazione su scala europea. Quindi, alla luce di ciò, si può affermare che la fine della Guerra Fredda, con la creazione di nuove opportunità economiche, ha determinato il processo di globalizzazione? Secondo LEWIS e MOORE (“Globalization and the Cold War: the Communist Dimension”, Management & Organizational History, Volume 5, n° 1, 2010), la globalizzazione esisteva già prima della fine della Guerra Fredda ed aveva due obiettivi. Il primo, perseguito dai paesi occidentali ed era orientato al mercato. Il secondo, portato avanti dai paesi comunisti ed era orientato al collettivismo. Quindi, è chiaro che dopo la fine della Guerra Fredda c’era solo un’unica via per interpretare questo fenomeno e la caduta del Comunismo ha contribuito ad accelerare i processi di liberalizzazione, le aperture commerciali e, conseguentemente, la globalizzazione. Comunque, forse, una grande spinta verso la globalizzazione è stata data dieci anni prima, negli Anni Ottanta, grazie alla cosiddetta “reaganomics”, in altre parole alla politica economica del Presidente americano Ronald REAGAN, imperniata sullo sviluppo economico trainato dall’offerta e non dalla domanda aggregata come previsto dalle teorie economiche Keynesiane. Quindi, dopo un breve excursus sulla teoria del commercio internazionale, questo saggio si focalizzerà sulla globalizzazione e agli stretti legami con la delocalizzazione. In secondo luogo, lo studio indagherà gli effetti positivi e negativi prodotti dalle politiche di offshoring, cercando di valutare eventuali legami con i salari. (continua)

AuthorEmanuele COSTA
Published byBacherontius n° o1/Aprile 2016 con il titolo «Globalizzazione: quali effetti su occupazione e salari?»

31 March 2016

Globalizzazione e disoccupazione giovanile (terza e ultima parte)

(segue) - Per l’analisi del contesto internazionale, una ricerca empirica potrebbe prendere in considerazione dati panel relativi ad un determinato periodo storico, utilizzando come variabile economica indipendente la penetrazione di un paese (o gruppi di paesi) in Italia, dopo aver, opportunamente, ripartito il territorio in tre macro aree geografiche, ossia: Nord, Centro e Sud. La ricerca potrebbe evidenziare, ad esempio, in quale misura l’invasione dei prodotti “Made in China” sul mercato nazionale incide sul tasso di disoccupazione giovanile oppure in che modo l’appartenenza all’Unione Europea impatta sulla medesima variabile economica oggetto di studio. I risultati possono essere sorprendenti. Da un lato, potrebbe emergere come la politica di offshoring incida negativamente sul livello di disoccupazione giovanile mentre, dall’altro, la membership con l’Europa abbia riflessi positivi, in barba a chi sostiene che l’Europa e l’euro siano la “madre di tutti i mali” della situazione in cui versa l’economia nostrana. Per lo scenario domestico, invece, si potrebbero prendere in considerazione serie storiche riferite ad uno specifico periodo, in modo da poter illustrare l’impatto delle principali teorie economiche, delle credenze popolari e delle politiche pubbliche sul tasso di disoccupazione giovanile. In questo caso, le variabili economiche da considerare sono numerose. A titolo esemplificativo e non esaustivo, le relazioni inflazione/disoccupazione e prodotto interno lordo/disoccupazione forniscono due importanti informazioni per verificare la validità delle teorie economiche (Curva di Phillips e Legge di Okun), così come il fenomeno dell’immigrazione e appartenenza all’euro possono essere studiati per confermare o smentire alcune credenze popolari, mentre l’efficacia delle politiche pubbliche potrebbe essere valutata attraverso il volume degli investimenti pubblici e la pressione fiscale. Infine, un ruolo importante, potrebbe essere giocato dal livello di scolarizzazione dei giovani per verificare in che modo il loro percorso di studi possa incidere sullo status di disoccupato. In definitiva, mentre la teoria economica spesso tende a spostare l’orizzonte di analisi nel lungo periodo, i problemi economici di un paese richiedono risposte immediate o di breve periodo. Tuttavia, se la teoria economica insiste nel lasciare il mercato libero di raggiungere il suo equilibrio nel lungo periodo, allora sarebbe sufficiente attendere il trascorrere del tempo senza sforzarsi di trovare oggi politiche pubbliche per risolvere i problemi. L’importante, però, è essere consapevoli, come ha sostenuto l’economista britannico John Maynard Keynes (“A Tract on Monetary Reform”, MacMillan and Company Ltd, 1923), dell’inutilità di tale attesa, in quanto «nel lungo periodo siamo tutti morti».

AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° 1/Gennaio 2016 con il titolo «Globalizzazione e disoccupazione giovanile»

15 February 2016

Globalizzazione e disoccupazione giovanile (seconda parte)

(segue) - Il successo di un Paese o di una politica sta proprio nell’avere la capacità di individuare le opportunità nascoste. La vittima “par excellence” è rappresentata da un sistema economico rigido, incapace di adattarsi al cambiamento e di operare nel mercato globale. La globalizzazione, infatti, non ha ridotto la dimensione del mercato, ma l’ha ampliata notevolmente. Le aziende si sono così trovate improvvisamente a doversi confrontare con numerosi competitori internazionali dotati di una forza lavoro non solo più abbondante, ma soprattutto a buon mercato. Se a questo vantaggio comparativo si aggiungono la riduzione dei costi di trasporto, lo sviluppo di nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e, ultimo ma non meno importante, l’ampliamento della gamma dei prodotti/servizi commercializzabili, risulta ben chiaro come le aziende nazionali reputino conveniente trasferirsi all’estero per sfruttare tutti questi benefici e sopravvivere in un mercato il cui tasso di competitività è cresciuto sensibilmente. Tuttavia, così come i Paesi in via di sviluppo sono dotati di questo vantaggio comparativo (costituito da una forza lavoro abbondante, non specializzata ed economica), allo stesso modo i paesi industrializzati devono saper sfruttare il loro vantaggio comparativo, rappresentato da tutta una serie di fattori intangibili compresi nella forza lavoro specializzata (a titolo esemplificativo e non esaustivo: know-how, esperienza, istruzione) che spesso sono la materia prima dei processi di produzione trasferiti all’estero. In sintesi, le imprese nazionali si sono trovate di fronte ad un bivio: da un lato, sopravvivere in mercato internazionale sempre più competitivo, cercando di sfruttare tutte le opportunità offerte e, dall’altro, fallire sul mercato interno, ostile ad accettare i cambiamenti in atto. Alla luce di quanto sopra, gli studi economici potrebbero incentrarsi sull’eventuale analisi empirica che metta in evidenza l’esistenza di eventuali relazioni esistenti tra alcune variabili economiche ed il tasso di disoccupazione giovanile in Italia. In particolare, da un lato, si potrebbe considerare lo scenario internazionale, con specifico riferimento al ruolo giocato dai paesi asiatici, generalmente imputati di essere i principali fruitori delle politiche di offshoring e, dall’altro, considerando il contesto interno, con riferimento ad un mix di fattori che la credenza popolare ritiene essere i principali responsabili del fenomeno analizzato. Nel concreto, la ricerca potrebbe svilupparsi considerando l’effetto prodotto: dalla globalizzazione, attraverso l’indice di penetrazione delle importazioni, e dal mercato interno, attraverso alcune variabili reputate (teoricamente, popolarmente o politicamente) responsabili. (continua)

AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° 10/Novembre-Dicembre 2015 con il titolo «Opportunità nascoste, la svolta degli Stati»