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26 April 2014

Quanto di roseo c'è tra le spine?

Alla fine, il risultato che ci si dovrà attendere sarà sempre lo stesso. D'altronde, quando ci si imbatte in certe operazioni lo sostiene anche la matematica, con i ritornelli imparati a memoria nei primi anni di studio alle scuole elementari. «Cambiando l'ordine dei fattori, il prodotto non cambia», recitava uno di questi. Eppure, a pensarci bene, il risultato potrebbe anche non essere diverso, ma questo non vuole dire che il procedimento adottato per raggiungerlo non abbia seguito strade differenti. In altre parole, dipende sempre e comunque dal modo in cui i passaggi sono stati collegati l'un con l'altro. Ma se il risultato è lo stesso, ha senso perdere tempo per indagare le modalità con le quali è stato ottenuto? Per alcuni, non vale la pena sforzarsi di comprendere le procedure utilizzate perché, in fondo, ciò che conta è la realizzazione dell'obiettivo prefissato. Ed è proprio tra questi detrattori che si insinua la maggioranza dei sostenitori della teoria favorevole al cosiddetto "Pollo di Trilussa". E' poco importante ragionare in termini di sacrifici, spesso costruiti ad arte sulla pelle dei Cittadini, se il bersaglio alla fine è centrato in pieno. Per altri, al contrario, anche il metodo gioca un ruolo importante ed è, spesso e volentieri, sottovalutato perché potrebbe celare verità scomode che, se fossero rese evidenti, potrebbero mettere a repentaglio il perseguimento del fine ultimo. Per queste ragioni, in politica si procede per annunci ad effetto, per colpire la sensibilità dell'anima, nell'attesa che sia il corpo a farne le spese in un secondo momento. Se poi la meta da raggiungere è quella di mantenere la stabilità di un sistema entrato in profonda crisi e collocato sotto il tiro incrociato di opinioni che ne mettono a repentaglio la sopravvivenza, allora è abbastanza chiaro comprendere perché la metodologia operativa non sia svelata affinché possa essere trasmesso il messaggio che le cose si stanno sistemando e che le strategie politiche adottate sono efficaci per tale scopo. Ecco, quindi, che qualche dubbio può legittimamente sorgere non solo sulla solidità delle fondamenta relative al futuro che si ha intenzione di costruire, ma anche sulla precarietà dell'impalcatura che dovrebbe sostenerlo durante la sua edificazione. A partire dai primi mesi dell'anno in corso, alcuni dati economici hanno iniziato a riprendersi vigorosamente: lo spread sembra aver imboccato una discesa senza freni, il cambio euro/dollaro ha manifestato segnali di stabilità, in barba ai problemi socio/economici che attanagliano l'Europa e l'indice di borsa fa presagire di essere sulla buona strada per la ripresa economica. Tutti indicatori che, in un contesto di forti e pesanti critiche verso le politiche europee e di diffidenza nei confronti della moneta unica, tendono a rinforzare la fiducia nelle Istituzioni politico/economiche, quasi a voler dimostrare che la verità è un'altra rispetto a quella prospettata dagli scettici. Sarà proprio così oppure è l'avvicinarsi della scadenza elettorale europea a far germogliare un contesto più roseo rispetto al passato?
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 03/Marzo 2014 con il titolo «Quanto di roseo c'è tra le spine?»

19 April 2014

Fuori da ogni evidente realtà

Non c'è niente di più interessante e intrigante di assistere, in qualità di osservatore esterno e neutrale, ai preparativi che precedono una campagna elettorale. Interessante perché, come qualsiasi attività che esuli dal personale core business, consente di cogliere involontariamente alcuni elementi che caratterizzano il comportamento organizzativo dei candidati. Intrigante perché, al di là del coinvolgimento umano in un processo strategico, dà l'opportunità di presenziare in prima persona alla stesura di un documento, che definirlo "programma" rappresenta un insulto all'intelligenza di chi dovrà decidere come orientare la preferenza il giorno delle elezioni. Quindi, appare evidente come il buon esito di una competizione elettorale ruoti intorno ad una sorta di "dichiarazione di intenti", per la redazione della quale è, oggi, sempre più di moda affidarsi ad un consulente esterno, così come un'impresa di successo si rivolge ad un esperto di marketing per programmare il lancio, la promozione, il packaging, il posizionamento e la successiva penetrazione di un prodotto sul mercato. Il paragone testé presentato, tuttavia, si presta ad alcune osservazioni. In primo luogo, esiste una sostanziale differenza tra una persona candidata per una lista ed un'impresa. Se qualcuno ha individuato la diversità nel fatto che un individuo è un essere umano mentre un'impresa è una organizzazione (materiale, ma costituita anche da risorse umane), può tranquillamente tirare un sospiro di sollievo: ha preso una cantonata! L'elemento discriminante consiste nell'appendice "di successo". Infatti, mentre un'impresa che sopravvive nella giungla concorrenziale (a maggior ragione in un contesto globalizzato come quello attuale) può, senza ombra di dubbio, essere considerata tale, lo stesso può dirsi per un candidato? Può colui che aspira a guidare un Paese definirsi "vincente" in uno scenario in cui, per convincere gli elettori, non ha fatto ricorso ad aspetti caratterizzanti la sua personalità, ma ha "barato", fornendo un'immagine non veritiera ed un prodotto virtuale creati ad hoc da un esperto? In secondo luogo, è così pregnante e fondamentale rivolgersi a terzi per delineare le linee guida di un progetto per il futuro? Quali capacità innate sarà in grado di esternare un candidato simile una volta impossessatosi del potere? Sarebbe come promuovere un alunno facendolo passare per il "primo della classe" (e, quindi, un potenziale "talento") dopo che lo stesso ha superato un esame copiando! Si potrebbe affermare che si tratta di uno "studente modello" e, quindi, capace e meritevole? Infine, cosa qualifica un consulente come "esperto"? L'essere impegnato costantemente sul campo, in uno specifico settore di interesse che lo rende conteso, a suon di parcelle, tra concorrenti oppure l'essere in cerca di occupazione e prestarsi a fornire consigli nella speranza di ricevere (in caso di vittoria alle elezioni) un incarico a spese dei Cittadini per lo svolgimento di una attività per la quale esiste già un ufficio e dei dipendenti preposti a quel lavoro? Ecco, quindi, che da questa breve analisi gli elettori possono iniziare ad avere qualche elemento aggiuntivo per implementare le loro valutazioni, coadiuvandoli a leggere, con spirito critico, ogni "programma di mandato" per comprendere se gli ingredienti sono stati appropriatamente combinati tra loro oppure se si è trattato di una ratatouille o, peggio, di un minestrone di idee prive di alcun collegamento logico e, conseguentemente, insostenibili. La cosa triste è che ogni candidato generalmente si sforza persino di essere preciso, dettagliando nei minimi particolari linee di condotta che si impegnerà a portare avanti in caso di vittoria. Se ci fosse la possibilità di interloquire con simili individui durante la preparazione di questo documento, l'economista John Von NEUMANN direbbe: «Non ha alcun senso essere precisi, quando non si sa nemmeno di che cosa si sta parlando!». In altre parole, sarebbe come leggere un volume dove i diversi capitoli non sono concatenati tra loro, sviluppando una trama avvincente, ma sarebbero la risultante di estrapolazioni di frammenti appartenenti a libri aventi tematiche diverse. Non ci sarebbe alcun filo logico da seguire, perché le fantasie formulate sarebbero confusionarie, non realizzabili e, quindi, prive di credibilità. Ora vi chiedo: "Comprereste un'opera letteraria simile?". Potete anche non rispondere immediatamente, perché prima dovete compiere la vostra scelta, andando a votare. State tranquilli, esercitare questo diritto/dovere non costa nulla, pagherete dopo.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 19 aprile 2014 con il titolo «Fuori da ogni evidente realtà»

5 April 2014

La libertà di espressione non ha prezzo!

Il processo di globalizzazione ha prodotto nella società contemporanea sensibili cambiamenti negli stili di vita dei Cittadini. E' opinione diffusa consolidata come questa apertura al mondo esterno sia la principale responsabile degli attuali problemi economico/sociali. Nulla di più fantasioso si insinua in questa credenza popolare! Infatti, un processo di cambiamento indotto da forze non controllabili implica necessariamente un mutamento radicale nei comportamenti organizzativi, in modo da adeguare il modus vivendi a ciò che richiede il nuovo scenario di riferimento. Il meccanismo di adattamento, però, è duplice. Esso consiste, da un lato, in una reazione, quando si subisce la metamorfosi in atto e, dall'altro, in una azione, quando si partecipa attivamente al nuovo corso. Non è un caso, quindi, se è proprio tra coloro che rispondono passivamente al cambiamento che si trovano i principali detrattori del fenomeno della globalizzazione. Con questo non si vuole colpevolizzare nessuno, ci mancherebbe altro. Però, una breve riflessione è d'obbligo. Se di fronte alla scoperta della ruota una persona persiste nel voler utilizzare le proprie gambe, è libera di farlo, perché nessuno gli imporrà di sfruttare un mezzo di trasporto che viaggia sulle ruote. Tuttavia, questo implica che quell'individuo non ha alcun diritto di criticare gli altri se raggiungono più velocemente, e prima di lui, un punto di arrivo. In sintesi, il processo di globalizzazione non ha fatto altro che ampliare il ventaglio di opportunità senza ostacolare ad alcuno il loro sfruttamento. Pertanto, se un soggetto non è dotato di quella abilità/capacità di trarre vantaggio da una opportunità, non è colpa di chi ha modificato lo stato dell'arte, semmai il problema consiste nell'indagare a fondo il perché quel soggetto non è stato abile/capace di salire sul mezzo di trasporto che passava di lì in quel preciso momento. Detto questo, è abbastanza evidente come il diffondersi di un'idea sbagliata su un argomento sia alla base di una pubblica opinione distorta. Ciò si verifica quando un individuo si ostina a seguire il verbo propinato dal suo "capo", senza mettere in moto quella materia grigia di cui è dotato per ragionare da solo. L'assecondare ciecamente chi crede ambiziosamente di essere un leader, senza mai metterne in discussione il pensiero, è sintomo di un difetto di personalità che spinge un soggetto a comportarsi come marionetta, lasciandosi manovrare a piacimento dal tessitore delle fila. E questa debolezza costituisce la prova provata che il virus è stato contratto. In altre parole, come sostiene il biologo Clinton Richard DAWKINS ("Viruses of the mind", 1991), le idee si propagano da mente a mente come i virus da ospite a ospite. Ciò significa che per avere successo un'idea non deve essere vera o utile purché abbia quello che serve per propagarla. Il veicolo di trasmissione è rappresentato da quell'esercito di marionette che in occasione di una competizione elettorale si prostrano di fronte al "caro leader", senza rendersi minimamente conto di essere usati all'occorrenza per fini personali e di essere stati abusati quando non più di utilità. Ecco perché la libertà di espressione non ha prezzo. L'abbandonare corpo e mente per soddisfare mire ambiziose di chi pensa di avere in tasca la ricetta della verità è la principale forma di violenza nei confronti di sé stessi. E se manca questa componente di rispetto per sé stessi in uno dei candidati della lista, come si potrà pretendere che questo abbia, un domani, rispetto degli altri, ossia dei Cittadini? Per contro, un candidato alla guida di un Paese che non accetta critiche di sorta alle sue strategie operative, quali capacità di ascolto potrà avere, un domani, verso le istanze del popolo che mira a governare? Il saper cogliere i benefici che si celano dietro ogni manifestazione di dissenso è una qualità rarissima. Ovviamente, non tutte gli appunti corrispondono a verità e, spesso, contengono errori. Se così non fosse, allora per quale ragione il poeta Rabindranath TAGORE aveva affermato: «Se si chiude la porta a tutti gli errori, anche la verità resterà fuori»? Non è un caso se qualche tempo addietro il discepolo Zilu chiese a Confucio in che modo servire il proprio principe, per ottenere come risposta: «Lungi dal volerlo ingannare, opponiti a lui quando sei nella verità» ("I Dialoghi", 479 B.C. - 221 B.C.). Per queste ovvie considerazioni, gli appartenenti all'esercito di marionette che si pongono al seguito di chi ambisce alla leadership di un Paese, invece di ingegnarsi nel riportare in maniera distorta le opinioni di terzi per il solo scopo di denigrare un oratore, dovrebbero, al contrario, imparare a far tesoro del XIII editto di Erragudi: «Un uomo non deve riverire la propria setta o disprezzare quella di un altro uomo senza ragione. Solo per ragioni ben determinate si dovrebbe disprezzare, perché le sette degli altri meritano tutte reverenza, per una ragione o per l'altra. Così facendo un uomo esalta la propria setta e nello stesso tempo rende un servizio alle sette di altre persone. Facendo il contrario, un uomo danneggia la propria setta e rende un cattivo servizio alle sette degli altri. Infatti, chi riverisce la propria setta mentre disprezza le sette degli altri per puro attaccamento alla sua, e con l'intento di accrescerne lo splendore, in realtà con questa condotta infligge alla propria setta la più grave delle ferite». A questo punto, dovrebbe essere ormai noto come comunicare con soggetti dotati di una differente cultura e saperla apprezzare non è fonte di vergogna o disonore. Lo stesso Rabindranath TAGORE aveva affermato: «Ogni prodotto umano che comprendiamo e di cui godiamo diventa immediatamente nostro, quale che sia la sua origine». Le persone dotate di un certo livello culturale sono abituate a dissentire ed è proprio quello che fanno quando se ne presenta la necessità (non l'opportunità). Per questo motivo un candidato che si appresta a guidare un Paese che non sappia cogliere il significato del dissenso non è idoneo alla carica cui ambisce, perché potrà eliminare le critiche solo adottando misure repressive, tipiche di un regime autoritario. E di questo i Cittadini è bene che ne siano consapevoli, prima di depositare la propria preferenza nell'urna.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 05 aprile 2014 con il titolo «La libertà di espressione non ha prezzo!»

15 March 2014

Io so ... quindi, non sarò!

«Io so. (... omissis ...). Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari (... omissis ...), che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero» (Il Corriere della Sera, 1974). Così scriveva Pier Paolo PASOLINI sul principale quotidiano italiano nel lontano 1974. E lo faceva in una data particolare, quasi premonitrice dei fatti e delle circostanze attuali. E' sufficiente saper leggere ed interpretare i numeri, adattandoli ad una verità nascosta che, nell'anno in corso, potrebbe avere la capacità di svelare più di uno di quei misteri che PASOLINI aveva lasciato intendere di conoscere, ma di cui non era in possesso delle prove necessarie per rivelarlo apertamente. Ricorre, infatti, quest'anno il quarantesimo anniversario della sua pubblicazione, quasi a rappresentare un monito a quella generazione di quarantenni che oggi pretende (a ragione o a torto sarà la storia ad dimostrarlo ai posteri) di voler prendere in mano le redini di un Paese allo sbando, per domarlo e riportarlo sulla retta via. La presenza di un'incognita, però, non sempre è un indicatore sufficiente a segnalare l'esistenza di una soluzione. Nella maggior parte dei casi costituisce un valore da ricavare, utile per poterlo assegnare ad un parametro, che, a sua volta, si configura come la chiave di apertura di un complesso sistema di equazioni il cui risultato potrà essere indeterminato. Se poi si è in presenza di un cosiddetto "conflitto di interesse", ossia quando sussistono diverse unità che perseguono obiettivi contrastanti, allora qualunque sia l'intreccio proposto, l'unica certezza per i Cittadini è rappresentata dall'impossibilità di trovare una condivisione d'intenti che vada nella direzione di garantire e sostenere il loro benessere sociale. In politica, però, certe verità non si possono dire: potrebbero risultare controproducenti perché farebbero perdere voti e consenso. Meglio comportarsi da illusionisti e far sognare i propri elettori o fargli credere che si agirà in un modo. Questo consentirà di rendere meno dolorosa la menzogna e si potrà agire, a loro insaputa, in direzione opposta. Le idee possono essere diverse, così come i colori sono variopinti. L'esperienza lo dovrebbe aver insegnato, si spera. Per dirla con le parole di Alan FRIEDMAN, «la verità è che viviamo in una società che senza un ritorno alla crescita e una ripresa dell'occupazione rischia di essere risucchiata senza via d'uscita da un autentico incubo, in cui il nostro impoverimento e declino si spostano con una resistenza culturale al cambiamento, con il rifiuto di qualsiasi vera modernizzazione. E la disperazione rischia di degenerare fino a minare la famosa coesione sociale del Bel Paese» ("Ammazziamo il Gattopardo", Rizzoli, 2014). Un grido di allarme privo di mezzi termini, lanciato senza quei giri di parola che spesso sono utilizzati per esprimere le ragioni di una scelta nella speranza di poter incantare il Cittadino sul fatto che il vento si appresta a cambiare. Peccato, però, che l'aria che tira è rimasta la stessa. Ma era così necessario scomodare il giornalista americano per mettere di fronte il popolo a prospettive di questo tenore? Non necessariamente. Si sarebbe potuto far tesoro del monito lanciato da Enrico BERLINGUER nel 1976: «Non c'è risanamento duraturo se non si rinnova, non c'è salvezza sicura se non si cambia; dunque non si tratta solo di evitare il tracollo economico e finanziario, ma anche di avviare lo sviluppo del paese su nuove basi e per fini diversi da quelli del passato». Ma era un'altra epoca. Lo stesso periodo storico che aveva spinto Pier Paolo PASOLINI a mettere in guardia i Cittadini verso un ipotetico burattinaio di turno, abile domatore di delfini e manovratore di marionette nonché proverbiale tessitore di trame nel tirare le fila. Un "Mangiafuoco" della politica per fornire al pubblico una sua rappresentazione fisica, traendo spunto dal più famoso personaggio immaginario raccontato da Carlo COLLODI ne "Le avventure di Pinocchio". Ecco, quindi, che il cerchio sembra magicamente chiudersi. La ricerca della verità è l'anello di congiunzione di tutte le fantasticherie che nel gossip trovano terreno fertile. Per queste motivazioni, il dibattito che puntualmente anima il teatrino della politica (per rimanere in un contesto fiabesco) ed, in particolar modo, quello che fa da anteprima ad una consultazione elettorale, richiama alla memoria un classico di Akira KUROSAWA: "Rashōmon". Un cortometraggio che mette in evidenza le mille sfaccettature della verità. Sulla falsa riga di questa saga cinematografica gli attori (siano essi recitanti sul palcoscenico nazionale o nel cortile di un paesino) non sono in fondo così diversi tra di loro. Essi non osano mettere in discussione gli eventuali "misfatti" compiuti nel passato. Tutti, come d'incanto, sembrano vergini desiderose di mettere mano allo scenario che si è configurato per voler dimostrare, ad un pubblico voyeurista di quali performance acrobatiche sono, sulla carta, capaci. Invece di tappezzare le strade cittadine con i più disparati e variopinti manifesti o riempire le cronache locali con fotografie nelle pose più affascinanti ed attraenti, sarebbe più proficuo che chiunque pensi, in cuor suo, di avere in tasca la soluzione per risolvere i problemi, illustri ufficialmente al Cittadino il cosiddetto "Programma di Mandato", senza dimenticarsi, nel presentare la propria squadra ai futuri elettori, di affermare a gran voce, parafrasando Pogo (personaggio dei cartoon ideato da Walt KELLY): "Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi!".
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 15 marzo 2014 con il titolo «Io so ... quindi, non sarò!»

15 February 2014

Ragione e motivazione

L'essere umano è di per sé ambiguo e misterioso. Questo punto interrogativo che, virtualmente, si colloca sopra il capo di ciascuno non consiste nella rappresentazione immaginaria di quel filo invisibile che, se tagliato, consente di passare dalla dimensione terrena a quella spirituale. E' semplicemente un simbolo che, a seconda della sua grandezza, è in grado di conferire più o meno credibilità al soggetto nei rapporti interpersonali. E quando si ascolta un individuo mentre è impegnato a fornire le giustificazioni più disparate che lo hanno indotto ad adottare un certo comportamento, in realtà non si recepisce altro messaggio se non quello che l'interlocutore non riesce più a sopportare il peso di quell'incognita che staziona sopra la testa e che il trascorrere del tempo ha contribuito ad ingigantirla. Poiché la vita terrena consiste in un insieme di fotogrammi, che, messi in sequenza, determinano la condotta individuale, ecco svelato uno dei misteri esistenziali: non esistono le ragioni di una scelta, ma si possono trovare le motivazioni che influenzano e producono una decisione. Non è un caso se, in ambito filosofico, ragione e motivazione sono tenute a debita distanza. La ragione consiste in una pura facoltà che è oggetto di sfruttamento per esprimere il proprio pensiero, rivolgendosi, principalmente, ad argomenti astratti, privi di alcun fondamento, essendo imperniati esclusivamente su un calcolo di convenienza. Si tratta di una caratteristica che appartiene anche al mondo animale ed a quello artificiale. La motivazione, al contrario, non è altro che l'espressione dei motivi che spingono un individuo a compiere una specifica azione, ossia un insieme di stimoli che determinano l'adozione di un comportamento. Se non si presta la dovuta attenzione all'interpretazione del significato che le parole vogliono dire, allora è facile essere tratti in inganno, con la conseguenza che i fatti raccontati possono non risultare così incontrovertibili come decantati. Ecco, quindi, che la spiegazione della delibera di una particolare politica può non essere motivo di orgoglio e di vanto, perché potrebbe celare un risultato diametralmente opposto a quello che, con oculati giri di parole, si è voluto far intendere. Quando un Amministratore pubblico esalta, con enfasi, la realizzazione di un'opera sul territorio, spesso tralascia, volutamente, la descrizione di particolari essenziali che sono gravati (con certezza) sui Cittadini, per mettere in evidenza solo gli aspetti positivi di un potenziale risultato finale (che rimane, però, incerto). E' come se in una Città tetra ed oscura, come era Berlino Est anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il Governo dell'allora Repubblica Democratica Tedesca si fosse vantato di aver costruito il Muro grazie al quale tutta una zona di borderline era stata ampiamente illuminata. Inoltre, ci sarebbe poco da gongolarsi se, ad esempio, nel ristrutturare un'area destinata al divertimento dei bambini, si è intervenuti in un certo modo per scongiurare infortuni di sorta, senza però tenere conto di come affrontare le impellenti attività ludiche degli amici a quattro zampe per le strade cittadine. Pertanto, se da un lato può essere accettabile e condivisibile rinunciare ad una posizione di vertice per lasciare ampio spazio alle nuove generazioni, altrettanto accettabile e condivisibile dovrebbe essere la speranza che i candidati prescelti a sostenere una lista appartengano ad una leva più giovane. In caso contrario, sarebbe come rivolgersi ad un chirurgo estetico per una plastica facciale, in modo da risultare agli occhi del pubblico ancora tonico e attraente, ma lasciare il resto del corpo in uno stato flaccido e claudicante per effetto dell'avanzare inesorabile del tempo e dell'età. La Città di oggi, qualunque ne sia la conformazione geografica, è lasciata in balia dello sponsor del "chissenefrega", facile preda di opportunismi personali o di parte e non di opportunità da sfruttare nell'interesse generale e per il benessere collettivo. La Città, in sintesi, è sempre più malata e deve essere curata per evitare l'aggravarsi di una patologia che rischia di diventare cronica. A differenza del corpo umano, la gestione del bene pubblico non richiede l'aiuto della scienza medica. Il tessuto economico e sociale di uno specifico territorio non ha nulla in comune con quello cutaneo, ma se si vuole pervicacemente insistere in questa direzione, si abbia almeno il buon senso o la decenza di non lamentarsi se il corpo della Città collasserà sotto il peso dell'incapacità amministrativa o, nella peggiore delle ipotesi, di fronte all'improvvisazione dei programmi e degli interventi morirà di infarto!
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 15 febbraio 2014 con il titolo «Ragione e motivazione»

1 February 2014

Il politicante della città perduta

L'approssimarsi di una competizione elettorale è sempre un'esperienza affascinante. E' come assistere ad uno spettacolo nel quale i diversi personaggi, noti o sconosciuti al pubblico, riescono ad intrecciarsi fra loro per sottoscrivere cartelli di alleanze, pronti per essere smentiti al sorgere del minimo sospetto. Un conto, però, è la finzione romanzata in un cortometraggio. Un altro è la realtà evidente che riserva la vita quotidiana. Se si preferisce accomodarsi in una sala cinematografica, è possibile rilassarsi con la proiezione del racconto di Edgar Rice BURROUGHS: "Tarzan - Il mistero della città perduta". E se si ha la pazienza di seguire, per filo e per segno, l'intera sceneggiatura, ci si potrà rendere conto dell'esistenza di qualche punto di contatto con lo scenario che precede, in un paese, la chiamata alle urne. Infatti, alla vigilia di una scadenza elettorale, il Cittadino è perennemente turbato da un incubo ricorrente, nel quale intravede la sua città minacciata. Proprio come nel film, quando Jane PORTER, in procinto di unirsi in matrimonio con Tarzan, è sconvolta da un sogno premonitore, nel quale avverte che il suo paese è in pericolo. L'inquietudine che perseguita il Cittadino, però, lo spinge ad aprire gli occhi per evitare che la città nella quale alberga possa essere depredata di quelle poche risorse, naturali e non, che ancora è in grado di offrire e che gli appartengono a tutti gli effetti. Ed è proprio a questo punto che le strade (o meglio, le trame) si dividono. Come in tutti i racconti fantastici, la vicenda si indirizza verso un lieto fine. La realtà dei fatti, al contrario, tende ad incamminarsi lentamente per sentieri impervi e misteriosi. Infatti, mentre Tarzan, per difendere il paese dai predoni, passa acrobaticamente da una liana ad un'altra, nella realtà gli abitanti di una città assistono ad uno spettacolo completamente diverso. E' il politicante che passa da una recluta ad un'altra nella speranza di mettere insieme un esercito di marionette in grado di sconfiggere gli antagonisti. Ma il grattacapo che attanaglia il politicante (non certo il politico con la "P" maiuscola) è che, spesso e volentieri, tende a comportarsi come un assorbente. Il suo scopo non è quello di pensare, riflettere, ponderare e valutare (perché non ne è capace), ma quello di captare le idee degli altri, ossia dei cosiddetti "uomini della strada" per poter cucinare il suo minestrone di programma. Il problema che sorge in seguito a questa tipologia di condotta organizzativa sfocia nell'improvvisazione, nell'incoerenza della programmazione e, logicamente, nella superficialità delle decisioni. Ciò si verifica poiché quando si partorisce un'idea, il pensatore generalmente la esplode nelle sue potenziali conseguenze, cercando di individuare il percorso critico ottimale per realizzarla. Se, al contrario, si copia (o si ruba) l'altrui idea, si corre il rischio di ignorarne le origini, le finalità e gli strumenti attuativi, con la triste conseguenza di dar vita ad un mostro. In aggiunta, la scivolosità (intesa come sinonimo di "viscidità", la cui cacofonia è poco gradevole) di certi politicanti si manifesta in maniera assai subdola e consiste in corteggiamenti, complimenti e incoraggiamenti, per poi sfociare, dopo aver avvolto la vittima di saliva, in promesse di candidature che, in occasione di incontri "carbonari" sono prontamente smentite per potersi garantire l'appoggio di qualche "potente". Questi personaggi credono, in cuor loro, di avere qualcosa di vischioso, nel senso che, una volta adocchiata la recluta (spesso considerata alla stregua di un novellino o di un pivello) e addolcito il piatto, questa rimane attaccata come l'insetto sulla ragnatela. Ed è proprio allora che emerge la puerilità di certi atteggiamenti, fatti di vezzeggiativi che racchiudono in sé elementi dispregiativi, che si collocano oltre il confine del rispetto e della stima. Peccato che questa filosofia comportamentale era già stata ben descritta dallo psicologo canadese Eric Leonard BERNSTEIN, creatore della teoria dell'analisi transazionale, nel libro "What do you say after you say hello?" (Grove Press, 1972). Anche se il riferimento originario era al contesto lavorativo, non sussiste alcuna difficoltà nel calarne la morale in ambito politico, per lasciare al lettore o al politicante la libertà di potergli dare l'interpretazione che meglio si adatta alla propria personalità: «Cosa attribuisce al dirigente superiore il "diritto" di parlare ad un operaio come ad un bambino? Aiutando le persone a notare il modo in cui si comportano, è possibile aiutarle anche a cambiare il loro approccio in modo costruttivo, così da evitare irritazioni e spiacevolezze».
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 01 febbraio 2014 con il titolo «Il politicante della città perduta»

18 January 2014

L'insostenibile ignoranza dell'essere

L'inarrestabile progresso tecnologico comporta, da un lato, un perpetuo mutamento sia dei bisogni collettivi, sia delle tecniche da adottare per il loro soddisfacimento e, dall'altro, una crescente riduzione dei tempi a disposizione del pertinente processo decisionale. Oggi, non è più possibile insistere nel sostenere filosofie di pensiero che rispolverano soluzioni arcaiche, anche se sperimentate e collaudate con successo. Esse, infatti, non solo sono state le principali responsabili degli odierni problemi, ma non sono mai state sottoposte ad una revisione critica perché, una volta individuate, si è pensato, erroneamente, che potessero essere valide per l'eternità. Poiché il processo di sviluppo è, per definizione, destinato a migliorare istantaneamente lo stato dell'arte (altrimenti si chiamerebbe diversamente), i decisori pubblici di preistorica provenienza risultano scarsamente adeguati a guidare un Paese. Infatti, se il processo di crescita non è stato accompagnato da un analogo sviluppo della conoscenza, i meccanismi decisionali sono rimasti ancorati a stereotipi che, benché fondati sull'esperienza, sono palesemente "old fashioned". Ed il pericolo di affidare la guida di un Paese a simili personaggi è insita nel loro stesso comportamento, spesso autoreferenziale e autoritario, che li spinge a credere di non aver bisogno di sottoporsi ad alcuna operazione di lifting. Anche se riferito ad un'Organizzazione privata, la sostanza non si discosta da quanto affermato da Robert D. HAAS, manager della LEVI STRAUSS & Company: «In un ambiente aziendale sempre più incostante e dinamico, i controlli devono essere concettuali. Sono le idee a controllare, non i dirigenti in possesso di autorità». Questo concetto elementare, peraltro, era già stato messo in evidenza, nel lontano 1861, da John Emerich Edward DALBERG-ACTON, storico e politico britannico, meglio noto alle cronache come Lord ACTON. Con parole magistrali aveva sostenuto che: «Ci sono due cose che non possono essere attaccate frontalmente: l'ignoranza e la ristrettezza mentale. Le si può soltanto scuotere con il semplice sviluppo delle qualità opposte. Non tollerano la discussione». Da ciò deriva la semplice constatazione che se i due elementi distintivi citati non possono essere fronteggiati direttamente, allora l'alternativa consiste nella loro rimozione. E l'unica strada percorribile è quella di orientare la propria preferenza elettorale in opposta direzione. Infatti, se ciò non dovesse accadere ed il potere rimanesse in mano a soggetti che predicano il rinnovamento, ma nella continuità, l'unica via da imboccare è quella di fuga. Dello stesso avviso è il pensiero elaborato recentemente da Giovanni SORIANO ("Malomondo - In lode della stupidità", 2013), che illustra senza mezzi termini la soluzione più idonea se dovesse prevalere questa circostanza: «Quando ci si trova dinanzi l'ignoranza - se non l'aperta stupidità - mista alla presunzione, è il momento di darsela a gambe. E anche in fretta». Sarà forse questo uno dei motivi che hanno influenzato negativamente il tasso di residenzialità di un paese? Difficile sostenerlo, ma potrebbe essere interessante approfondire l'analisi dinamica del fenomeno. Quindi, è opportuno porre l'accento su un principio cardine: «L'unico pericolo sociale è l'ignoranza». Lo aveva sostenuto Victor HUGO ne "I miserabili" (1862). Alla luce dei fatti, quell'appello pare sia stato sempre inascoltato: l'ignoranza ha reso miserabile il Cittadino, nel senso che ha contribuito a peggiorarne il benessere e la condizione sociale. Anche SOCRATE, nel III secolo, aveva già intravisto, nella sua lungimirante visione, la pericolosità di questa caratteristica intellettuale. Il filosofo greco aveva sancito che «esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l'ignoranza». Viene, quindi, da chiedersi come sia stato possibile che, nel corso dei secoli, abbia sempre prevalso il maligno sul suo antagonista. La conoscenza è oggi vista come una risorsa intellettuale da sfruttare nei paesi che sanno attribuire alla meritocrazia il giusto valore. In Italia, e a livello locale ancor più marcatamente, i soggetti in possesso di conoscenza sono tacciati di supponenza, di presunzione e, spesso, passano per antipatici. Al contrario, sono individui educati a dire o scrivere ciò che pensano e con cognizione di causa. Ed è proprio la ragione logica delle loro elaborate riflessioni che infastidisce o irrita il prossimo, perché non lascia spazio ad altre interpretazioni se non quelle che le parole usate vogliono realmente significare. Ma anche in queste specifiche circostanze si inseriscono subdoli personaggi, che la dottrina identifica negli "yesman" (o più volgarmente, secondo la dottrina anglosassone, "asslicker"), che sostengono di aver capito l'esatto contrario solo per il ludico fine di intorbidire le acque, fuorviando ed ingannando l'innocente lettore per timore di perderne il consenso. Eppure non dovrebbero esserci difficoltà nel percepire che si tratta di individui per i quali, per dirla con le parole del giornalista e saggista americano Henry Louis MENCKEN, «è difficile far capire qualcosa ad un uomo il cui reddito dipenda dal suo non capire». Anche in questa occasione emerge con prepotenza non solo quell'insostenibile ignoranza dell'essere che campa sul servilismo, ma anche quella che caratterizza la stupidità del padrone. Ed è proprio Charles-Louis de MONTESQUIEU che, ne "Lo spirito delle Leggi" (1748), disegna questo quadro: «L'obbedienza estrema presuppone ignoranza in colui che obbedisce; la presuppone anche in colui che comanda; questi non ha da deliberare, da dubitare, da ragionare, non ha che da volere». Non è forse giunto il momento di far tesoro dell'insegnamento ricevuto da bambini per far comprendere a questi personaggi che "l'erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del Re?".
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 18 gennaio 2014 con il titolo «L'insostenibile ignoranza dell'essere»

5 January 2014

Promesse al vento

«Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione». Quante volte abbiamo ascoltato questo ritornello cantilenante? Difficile dirlo con esattezza. Eppure, in prima approssimazione, sarebbe sufficiente una semplice operazione aritmetica: moltiplicare il numero dei Governi che, dal dopoguerra ad oggi, si sono avvicendati per il numero dei Ministri che sono stati nominati. Ma quanto di vero e rispettoso per le Istituzioni si può rintracciare in quella formula magica recitata all’inizio di ogni legislatura, in occasione di eventuali rimpasti o formazione di nuove maggioranze? Anche in questa circostanza è abbastanza arduo tentare di fornire una risposta precisa. Con un distinguo, però, rispetto al medesimo interrogativo posto all’inizio di questa breve riflessione. Nel primo caso, infatti, il numero ricercato tende ad un ipotetico “infinito”, per sottolineare che si tratta, comunque, di una cifra elevata. Nel secondo caso, al contrario, il numero da decifrare tende ad un intorno ravvicinato di “zero”, per rendere l’idea che appaiono rare le volte in cui la formula adoperata è rispettata alla lettera. Come leggere o interpretare il significato di un giuramento di tale tenore alla luce di vicende che, nel corso degli anni, si sono via via succedute? Come attribuire validità e veridicità ad una recita nelle mani del Presidente della Repubblica? Come valutare ogni successiva critica da parte dei Ministri al delicato, quanto prezioso, lavoro dei Magistrati ed al contenuto delle Sentenze? Come decodificare ogni proposta di legge, che spesso porta orgogliosamente il nome dei Ministri proponenti, di fronte ad una successiva dichiarazione di incostituzionalità pronunciata dalla “Consulta”? Tutti interrogativi legittimi, destinati ad un serio approfondimento per non rimanere senza risposta. Eppure, una soluzione la si potrebbe facilmente individuare nell’adottare un comportamento votato al rispetto di quelle Istituzioni nei confronti delle quali si è proprio giurato fedeltà all’inizio di un mandato governativo: decadenza automatica dalla carica, senza alcuna possibilità di appellarsi al Parlamento per un voto di convalida. Questa soluzione potrebbe rappresentare un meccanismo molto semplice per conferire un valore più elevato alla pratica del giuramento e garantire l’assunzione di senso di responsabilità nell’esercizio del proprio mandato. In caso contrario, quella formula potrebbe tradursi in un rito inutile che va a rafforzare l’idea, ormai diffusa, che in Italia tutto si fa per poi non essere rispettato, alla stregua di una promessa non mantenuta che, nel caso di un giuramento, trova la sua essenza vitale.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 1o-11/Ottobre-Novembre 2013 con il titolo «Giuramento di fedeltà alla Repubblica, promesse al vento»

21 December 2013

TARES/TARSU: dov'è l'errore?

Con l'approssimarsi del Natale non è arrivata la neve, ma l'ultima rata da pagare della TARES. Lo ha fatto in sordina, minacciando di lasciare in bianco le agognate festività di fine anno ed i sogni di migliaia di Cittadini. Il botto ha fatto immediatamente seguito, anche se non è stato quello della mezzanotte di San Silvestro a salutare la nascita del 2014. Dopo un anno trascorso ad assistere alle più o meno feroci polemiche politiche su come accomodare meglio le natiche sulle poltrone e accavallare le gambe sotto il tavolo, i Cittadini hanno dignitosamente espresso la loro contrarietà a dover essere sempre chiamati a pagare il conto, senza mai partecipare al pertinente banchetto. E così, stufi di sopportare un carico fiscale improntato sulla propaganda che "tassare è di moda", i Contribuenti sono riusciti a mettere all'angolo gli Amministratori locali, facendone emergere una imbarazzante inadeguatezza a risolvere i problemi della comunità di riferimento con lo sguardo rivolto alle esigenze dei Cittadini, non altrove. Di fronte alla protesta, hanno iniziato a venire a galla le cosiddette "verità nascoste" di un sistema legislativo, tributario, amministrativo e organizzativo, plasmato ad hoc per ribaltare sui Cittadini l'onere di una situazione che sta speditamente dirigendosi verso un collasso generalizzato. Pare, ed il condizionale è d'obbligo in mezzo a certi cavilli, che si sia aperto uno spiraglio per una riesumazione della vecchia tassa, ossia TARSU anziché TARES. Un differente acronimo per segnalare che la sostanza è simile, ma profondamente diversa, specie per ciò che concerne gli importi recapitati ai Cittadini. Sembra, infatti, assurdo che un ritorno al passato possa essere adottato solo ed esclusivamente da quelle Amministrazioni locali che, in perfetto stile "Made in Italy", non hanno ancora approvato il Bilancio di Previsione per l'anno in corso (considerando il fatto che siamo appunto alla fine dell'esercizio finanziario cui lo stesso bilancio dovrebbe riferirsi). Una beffa mirata a sancire definitivamente che il merito alberga da un'altra parte e non appartiene a quelle Amministrazioni che la prassi spesso definisce impropriamente "virtuose", avendo voluto dimostrare la loro efficienza tecnica ed operativa. Ma i fatti non lasciano alcuno scampo, mentre le storie raccontate fino ad oggi e sbandierate a suon di proclami paiono senza evidenza. Se da un lato un'Amministrazione locale avrebbe potuto adoperarsi in direzione di una differente modulazione tariffaria, riformulando adeguatamente i meccanismi di calcolo e imputazione degli oneri da coprire, evitando mirabolanti "artifizi contabili", tali da far rivoltare nella tomba i padri costituenti della contabilità, dall'altro avrebbe ugualmente potuto sfruttare la sessione dedicata all'assestamento del bilancio per migliorare la TARES, riportandola lungo le parallele di equità disegnate dalla TARSU. Ma questo non è stato fatto, facendo sorgere il legittimo sospetto di domandarsi: «Perché?». A conti fatti, l'opportunità offerta da una torta con l'ingrediente TARES era troppo ghiotta. Avrebbe potuto consentire di liberare risorse aggiuntive (oltre a quelle messe a disposizione da un'applicazione, non obbligatoria, della "addizionale IRPEF") per finanziare ciò che eventualmente, nel corso del mandato, non era stato fatto. A maggior ragione, se tutto ciò si analizza nella prospettiva che la luce in fondo al tunnel è rappresentata dall'avvicinarsi di una competizione elettorale, allora sì che il bilancio potrebbe veramente quadrare. Quindi, è alquanto triste dover appurare e, a malavoglia, prendere atto che, una volta servita la frittata su un piatto d'argento, ci si è resi conto che l'altra faccia era palesemente bruciata. Ecco perché, nello sforzo di trovare un alibi, un'Amministrazione in carica potrebbe decidere di ascoltare le sollecitazione provenienti dai Cittadini, dopo che, nel corso dell'anno, le altre forze politiche si erano prodigate con tutte le salse a loro disposizione per far comprendere che ciò che stava bollendo in pentola avrebbe potuto rivelarsi una medicina molto amara per i Cittadini. Ma ormai il pranzo è servito! La recita di un'eventuale "mea culpa" sia pubblicamente, sia a mezzo stampa, si potrebbe configurare agli occhi dei Contribuenti come esercitata a tempo ormai scaduto. Meriterebbe, quindi, di essere rispedita al mittente perché, se da un lato, si può chiamare in causa il principio ispiratore della "diligenza del buon padre di famiglia" nel programmare le finanze per l'anno futuro, dall'altro, si rischia di tralasciare volutamente le grida di allarme provenienti dal tessuto economico e sociale della Comunità amministrata. In altre parole, sarebbe come reclamare di volersi atteggiare a buon padre di famiglia senza, però, avere né moglie, né figli. E così, anziché modificare la rotta di una compagine che si sta dirigendo, con le sue forze, verso gli scogli, si sta tentando inutilmente di porvi un improvvisato rimedio, organizzando una manovra disperata affidata ad un "inchino" di scuse, dimenticandosi che la nave si è ormai incagliata ed è prossima ad affondare, con la conseguenza che nessuno potrà restituire ciò che è stato sottratto a coloro che con enormi sacrifici hanno sopportato questo superficiale disinteresse nei loro confronti. Le sorti restano, quindi, appese all'ultima speranza, così come la calza rimane agganciata al camino in attesa che i doni della Befana possano addolcire il nuovo anno e la fine delle festività. La parola, poi, sarà affidata alla giuria dei Cittadini che finalmente avranno la possibilità di sentenziare se assolvere un'Amministrazione in carica per "mancanza di TARSU" oppure condannarla senza appello in occasione della prossima consultazione elettorale. Ad oggi, non resta che aspettare gli auguri alla Cittadinanza, senza però meravigliarsi se l'Amministrazione commetterà un lapsus freudiano auspicando: «Buon NaTARES a tutti!».
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 21 dicembre 2013 con il titolo «TARES/TARSU: dov'è l'errore?»

8 December 2013

La caduta dei ... "gitanti"

Il trascorrere del tempo è un processo lungo, lento e, soprattutto, silenzioso. Questo comporta che quando il conto alla rovescia sta per esaurire il proprio ticchettio, improvvisamente ci si risveglia dal letargo per adoperarsi di buona lena a cercare di realizzare non solo l’incompiuto, ma anche l’impensabile. Ma la storia insegna che la fretta è sempre stata una cattiva consigliera. Capita, quindi, di ascoltare o di leggere fino alla nausea sterili, quanto banali, scuse volte a giustificare quei comportamenti adottati nell’esercizio del potere ed improntati al laissez faire, per poter poi scaricare le colpe su altre circostanze che non lascerebbero tempo sufficiente per esaurire le promesse decantate durante la competizione elettorale. Ad ogni piè sospinto, si cede con leggerezza alla tentazione di rilasciare interviste ai cosiddetti “organi del partito”, probabilmente dopo averle artificiosamente architettate e costruite a priori. La finalità, ovviamente, è quella di poter essere onnipresente nell’esprimere il proprio pensiero ed ergersi, agli occhi del Cittadino, a paladino della difesa dei loro interessi. Se da un lato c’è chi elogia il meccanismo elettorale vigente per i Comuni, in quanto sembra essere l’unico capace di garantire la stabilità di un Governo, consentendogli di portare a termine il programma elettorale senza intoppi, dall’altro c’è chi lo critica pubblicamente, imputando ad una durata limitata la responsabilità del mancato raggiungimento degli obiettivi, ma tralasciando il particolare di aver riposato sugli allori per i primi quattro quinti del mandato. L’abilità di entrambi i sostenitori è quella di imbonire il lettore chiamando in causa solo i potenziali effetti benefici della loro opinione, dimenticandosi di enunciare quelli che possono impattare negativamente sulla convivenza civile. Ma come dice un detto popolare: “Non si può condannare un uomo per quello che pensa. Si può solo sperare, per il bene di tutti, che non ci pensi più”. E intanto, tra un’apparizione in pubblico e la successiva, tra un’intervista e l’altra, il tempo continua inesorabilmente a passare, calcificando nella mente dell’elettore la dimensione di quello che viene perso per cercare di rispolverare l’immagine in vista della foto ricordo da utilizzare per il prossimo “santino”. Ma il popolo non è così somaro come si vorrebbe sostenere. Infatti, mentre il tempo a disposizione si accorcia in vista della prossima campagna elettorale, la memoria del Cittadino si allunga sempre di più. E l’elenco di ciò che è stato promesso e non mantenuto costituisce la cartina al tornasole che consentirà al Paese di voltare pagina, provocando la sconfitta di coloro che hanno sempre pensato di poter governare con lo scettro dell’onnipotenza. Il politico che non è stato in grado di mantenere gli impegni presi con la propria comunità alla fine risulterà essere stato solo di passaggio, così come il turista che, visitando una località poco attraente, passa e se ne va. E sarà come assistere alla caduta dei giganti o, nel senso in cui lo si vorrà intendere, dei … “gitanti”.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 07 dicembre 2013 con il titolo «La caduta dei ... "gitanti"»

3 November 2013

"It's the economy, stupid!"

Quando nei primi Anni ’90 l’America decise di cambiare registro, lo slogan che influenzò l’allora opinione pubblica era, al tempo stesso, banale e profondo. Banale perché non erano necessari anni di studio oppure una conoscenza approfondita della materia per comprendere cosa, nel fare politica, non deve mai essere tralasciato o abbandonato nel dimenticatoio. Profondo perché con quel motto si voleva andare a colpire, con una chiarezza espositiva fuori dal comune, l’attenzione e la coscienza di milioni di americani. Oggi, quel manifesto dovrebbe fare da guida all’intera classe politica italiana (locale e nazionale) impegnata quotidianamente a litigare per assumere decisioni pubbliche che andranno ad impattare negativamente sul futuro non solo delle giovani generazioni, ma anche su quello dell’intera collettività, senza pietà od esclusione di sorta. Qualcuno potrebbe legittimamente osservare che si tratta di un’automatica applicazione della legge della natura, dove è il più forte a prevalere ed il più debole a soccombere, lasciando campo libero ad una schiera di individui senza scrupoli nei confronti di iniziative volte a migliorare il benessere sociale. Ciò si verifica perché i programmi e le proposte elaborati sono spesso il frutto di improvvisazioni guidate da pruriti personali, piuttosto che inquadrati in un contesto che abbracci le effettive esigenze altrui. Non occorrono luminari della scienza, ma è sufficiente un minimo di coscienza, limitandosi a far tesoro del monito lanciato da Albert ACREMANT: «Quando prendiamo una decisione, dobbiamo sempre pensare alle conseguenze che essa avrà sugli altri». Infatti, è in questa ottica che quello slogan usato in campagna elettorale, “It’s the economy, stupid!”, si proponeva l’ambizioso obiettivo di mettere in luce come una politica miope e sterile non avrebbe portato da nessuna parte, se non nella univoca direzione di salvaguardare gli interessi parziali a scapito del benessere dell’intera Comunità. Ed è proprio in uno scenario come quello prospettato che si inseriscono, senza il minimo sforzo, mirabolanti promesse arringate intorno ad un tavolo. Non serve sprecare tempo a studiare quali accorgimenti adottare per la creazione di uno specifico fondo, perché quello è già stato toccato da un pezzo e, forse, è giunta l’ora di iniziare a scavare. L’economia di un paese non è come la gestione di un cassetto dove a furia di arrabattarsi si corre il rischio di rompersi le unghie per poi scoprire, con amara tristezza, che nel fondo si potrà trovare solo qualche granello di polvere se non nulla. Così come è priva di qualsiasi utilità illudere i Cittadini di volerli premiare (con denaro pubblico) se dimostreranno di essere “virtuosi”, ossia se rispetteranno i principi e le regole che si ispirano alla convivenza civile. Uno squallido tentativo per ringraziarli di ergersi a “cittadini modello” in una società indisciplinata, contribuendo, con il denaro pubblico, ad alleviare le loro sofferenze tributarie. Peccato che, nel formulare allettanti promesse di puro stampo elettorale/propagandistico, tali da far roteare, come in una slot machine, il simbolo del dollaro nei bulbi oculari dei votanti, spesso sono ignorati elementari principi non solo di equità e giustizia, ma addirittura le più elementari regole del dovere civico cui deve ispirarsi il comportamento di ogni appartenente alla società civile. Senza considerare, in ultimo, quei principi economici che, sulle orme dell’insegnamento del “Rasoio di Occam”, spingerebbero chiunque ad esclamare: “It’s the economy, stupid!”. Le regole, per definizione, vanno rispettate e nessun premio deve essere promesso ed erogato in cambio della loro osservanza. Non fornisce alcun beneficio alla collettività perfezionare l’educazione di chi è già in possesso di questo qualità. Occorre, al contrario, agire per riequilibrare il comportamento di chi ignora l’esistenza della buona condotta. Non servono particolari tecniche per spiegare la validità di una simile teoria. In un concorso a premi il primo classificato sarà sempre, e solo, uno e non sarà mai incentivato a migliorare, perché gli sarà sufficiente dimostrare di essersi comportato un infinitesimo meglio degli altri per ricevere la ricompensa, senza aver contribuito, in contropartita, all’accrescimento del benessere sociale. Inoltre, si è epistemologicamente ignorato l’assioma secondo il quale l’elargizione di un premio con denaro pubblico andrà a peggiorare la condizione sociale non solo dei perdenti, ma anche quella del vincitore. Al contrario, una politica rieducativa, imperniata su strumenti alternativi al sistema delle ricompense, potrà garantire un benessere sociale superiore sia al vincitore, sia, paradossalmente, ai perdenti. Ma non c’è da meravigliarsi di fronte a simili boutade, perché lo stesso Franklin Pierce ADAMS ci aveva già messi in guardia: «Il problema di questo paese consiste nel fatto che ci sono troppi uomini politici che credono, con la certezza che deriva dall’esperienza, che si possa ingannare tutto il popolo in ogni momento».
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 02 novembre 2013 con il titolo «"It's the economy, stupid!"»

15 October 2013

Il potere della diversità culturale

In Italia, fortunatamente, la libertà di pensiero è tutelata e garantita dalla Carta Costituzionale sin dai tempi del dopoguerra. E' opportunamente e volutamente inserita all’interno di quei principi fondamentali ed inviolabili frutto di un lungo dibattito parlamentare mirato a salvaguardare definitivamente quella libertà di espressione che il recente passato aveva violentemente abolito od impedito. In sede costituente è ancora oggi affascinante osservare e ricordare come dallo scontro di opinioni diverse e, spesso, divergenti sia stata partorita una soluzione condivisa e apprezzata al termine di un processo lento, laborioso e, alla fine, fruttuoso. Questo è potuto accadere solo perché di fronte alla diversità culturale dei membri dell'Assemblea Costituente, l’obiettivo comune e primario, pur nel rispetto reciproco, era quello di comprendere anche le ragioni dell’altro. Oggi, la Costituzione manifesta ancora la sua vitalità, ma quel principio di libertà di espressione appare come sepolto sotto le macerie di un livello culturale arenatosi nella peggiore chiusura mentale di fronte a cambiamenti che non si possono né ostacolare, né fermare. E’ assai difficile immaginare di illustrare il proprio punto di vista ad una platea la cui opinione è orientata in altra direzione. Il rischio è quello di essere interrotti un migliaio di volte e contestato miseramente per ciò che si aveva l’intenzione di sostenere. All’estero ciò non accade. Anzi, se il pubblico è di un certo colore, questo rappresenta uno stimolo a manifestare liberamente un’idea contraria, sperando che insieme alla platea si possa aprire un’ampia discussione. Infatti, il punto di forza non è rappresentato dall’oggetto del contendere e nemmeno dalle differenti opinioni dei convenuti. La più grossa opportunità è offerta dal dibattito che ne può scaturire, dove ciascuno non sostiene più a spada tratta la propria idea, ma la mette in discussione, cercando di trovare dei punti di contatto o di intersezione e non necessariamente elementi di divisione e di lontananza con l’interlocutore. E’ proprio grazie a questa diversità che si può riuscire ad incrementare il patrimonio culturale degli individui e spalancare le porte ad una vera libertà di espressione, manifestata senza la necessità che sia stampata su un foglio di carta o calpestata ad ogni ricorrenza. In Italia, al contrario, si assiste quotidianamente a contraddittori inutili e ridondanti dove la finalità estrema è quella di svergognare la persona che si ha di fronte piuttosto che creare insieme a lui le premesse per una soluzione dei problemi che, non sono mai di parte, ma comuni. L’attenzione dei media si è spostata, probabilmente per questioni di audience o di tiratura, sul gossip anziché ciò che la cultura e la scienza hanno scoperto. E’ più importante concentrare energie e fiumi di parole o di inchiostro sull’ultimo scandalo di palazzo anziché “perdere tempo” a formulare considerazioni su ciò che la diversità culturale contribuisce a costruire. In democrazia non serve avere un esercito di pappagalli perché l’errore non sarebbe mai messo in discussione ed ostacolato nella diffusione, ma ripetuto fino all’ultima eco. Se un argomento susciterà interesse e darà luogo ad un dibattito, l’insegnamento che se ne potrà trarre è solo quello di una profonda soddisfazione. Ma per farlo non occorre andare lontano o fare tanta fatica. E’ solamente richiesto di essere culturalmente diversi.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 09/Settembre 2013 con il titolo «Il potere della diversità culturale»

6 October 2013

Elezioni: il prossimo tormentone

L’estate sta finendo …”. Sono trascorsi quasi trent’anni da quando i RIGHEIRA lanciarono questo tormentone di successo. Un leitmotiv che, all’epoca, sanciva con profonda amarezza, da un lato, la fine di una stagione estiva trascorsa all’insegna del divertimento, pur in mancanza di notti bianche, e, dall’altro, l’avvicinarsi inesorabile del periodo più tetro dell’anno. E in un paese a forte vocazione turistica, la fine dell’estate era spesso accompagnata da un velo di tristezza. La Città si ritrovava, come per magia, svuotata di quel via vai quotidiano formato da persone che, più o meno educatamente e rispettose degli usi e costumi incontrati, abbandonavano il luogo di vacanza per rientrare all’ovile e ricominciare a vivere nella routine la propria vita, facendo progetti sul prossimo periodo di ferie. Oggi quello spirito ha subito profonde e radicali modifiche e coloro che abitano nelle località turistiche spesso tirano un sospiro di sollievo all’avvicinarsi dell’autunno. Il turista è visto come un elemento di disturbo e non più come una fonte di ricchezza. Ciò perché laddove mette piede il gitante si creano dei problemi che devono essere sempre risolti a spese dei residenti. Mentre in passato il turista stimolava gli operatori del settore ad offrire servizi sempre migliori, invitandolo a soggiornare con iniziative di intrattenimento, oggi quegli stessi addetti ai lavori pretendono di vivere (o sopravvivere) di rendita, demandando all’Amministrazione Pubblica l’onere di organizzare eventi di attrazione a vantaggio di pochi ed a spese di molti, senza alcun ritorno positivo in termini di servizi offerti alla collettività. L’andazzo generale, pubblico e privato, è orientato al progressivo declino. L’intera società si sta dirigendo a passi lunghi e ben distesi verso un circolo vizioso, inconsapevole e fiduciosa che il tragitto da percorrere per toccare il fondo sia ancora notevole. Le promesse della classe politica emergono con inaudita vitalità quando si sta per avvicinare una competizione elettorale, prospettando cambi di rotta con politiche illusionistiche che non fanno altro che appesantire il piede che preme sull’acceleratore del degrado. Se è vero che non esiste un limite al peggio, corrisponde ad altrettanta verità che è abbastanza facile ragionare in termini alternativi. Occorre smetterla definitivamente di predicare il verbo che fa leva sul miraggio di vedere una luce in fondo al tunnel, per rendersi conto che quel chiarore è il realtà un fuoco che sta lentamente e costantemente bruciando ogni velleità di costruire un benessere diffuso. Questo sarà il destino collettivo se non si vorrà modificare quella filosofia di pensiero che, in tutti questi anni, ha sempre consegnato le chiavi del Paese nelle mani sbagliate. Questo sarà il futuro comune se ci si accontenterà di politiche pubbliche adottate con miopia strategica. Questo è ciò che accadrà se si vorrà continuare a considerare la lungimiranza come attenzione ad occupare il centro del potere più a lungo possibile e non come capacità di vedere al di là del proprio naso (o interesse personale). Se si avrà l’accortezza di cambiare strada, allora le decisioni seguiranno a ruota. I problemi si potranno risolvere, così come potranno essere generate le risorse per un futuro diverso, migliore di quello imperniato su promesse mai mantenute. In alternativa, si potrà continuare ottusamente a pensarla allo stesso modo, riponendo la personale fiducia in coloro che fino ad oggi hanno rappresentato i Cittadini, con risultati più che evidenti. L’importante è sempre essere consapevoli delle proprie scelte, senza poi lamentarsi se il tormentone dance della prossima stagione estiva sia un revival di quello lanciato dagli ART OF LOVE qualche anno fa: “Lo sento dentro”.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 05 ottobre 2013 con il titolo «Elezioni: il prossimo tormentone»

27 August 2013

Once upon a time

Once again, Italy reached its target! As usual, it has revealed to the world that it is not able to change its bad customs. The "caryatids" confirmed to have the same age of the artistic, cultural and historical heritage. However, if the latter is invaluable and represents a domestic pride, the meaning is not the same if one considers the political class, coming from Archaic era, which still claims, with unbelievable strength, to impose its law. For this reason, those who are champing at the bit to way out from prehistoric philosophies, are immediately elected to the position of sacrificial lamb, to allow them to be slowly purified from the circle of the living dead. Few month ago, the Horror Museum reopened its doors, attracting the best of what there was outside. Now it perfectly exhibits a partial renewed collection of artworks, which are able to inflict the worst of what citizens might expect. The new archaeology curator has attempted to root out those bad habits that, in the past, prevented the regular business. However, he was not sufficiently strong to eliminate them. The webs once removed, easily tend to build again, obscuring the view to young elected people, who mistakenly believed to come into a glass building. On the contrary, nothing new can arise. Brontosauruses may not have the force of withstanding to a so strong and violent shock. The threat consists of a future extinction. Anyone who allows to introduce a change, would end up being accused of trying to subvert law and order and takes the risk of being discredited by the media pillory. Since the first day, it must be clear that the mummification procedures of activities must last at least five years, that is the right period of time that velociraptors need to appropriate of all benefits. It is not so important if, in the meantime, the reality knocks insistently at the door, begging for remarkable changes. Once polls finally closed, the putrefaction processes become irreversible and it is no longer permissible any proposal which loudly asks to uncover the sarcophagus. The spectrum of a sacrilege will wave on the horizon with the risk of reviving old ghosts. It is very hard to say if and when this nightmare will end. One hopes it takes place soon, before the world exhumes the remains and draw up a brief press release: "Once upon a time Italy".
AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° 05/Maggio 2013 with the title «C'era una volta»

20 August 2013

Made in Italy

Non passa giorno senza che i media nazionali pubblichino in prima pagina a caratteri cubitali o urlino i titoli dagli schermi televisivi per evidenziare la drammatica situazione economica che, ormai da anni, sta attraversando l'Italia. Se poi, tra la notizia di un nuovo balzello e lo spreco di risorse pubbliche, ci si concentra alcuni istanti sull'argomento disoccupazione, i dati evidenziano, quasi beffardamente, un incremento a fronte di vistosi e simmetrici cali sul fronte dell'economia e della finanza. Una crescita del tasso di disoccupazione con tanto di segni più davanti da fare invidia a molti, se non fosse per il fatto che si tratta di una informazione che illustra l'andamento di un evento negativo e non un segnale di benessere collettivo. Se ancora ci si cala all'interno della fattispecie, circoscrivendola all'intorno della generazione più giovane, allora il velo pietoso non avrebbe la lunghezza sufficiente per coprire interamente la superficie poliedrica del fenomeno. Ma in Italia, è noto, si attende sempre che i problemi esplodano, manifestando tutta la loro potenza distruttiva, piuttosto che metterli in conto anticipatamente per affrontarli con la dovuta serenità, sperimentarne soluzioni e risolverli tempestivamente con competenza e l'ausilio di strumenti adeguati. Al contrario, si preferisce la tipica improvvisazione "Made in Italy", un marchio di fabbrica che contraddistingue la politica italiana, l'unico brevetto privo di valore, un copyright che nessuno al mondo si permette di imitare. Nel Bel Paese, prima di affrontare seriamente una questione è necessario attendere che l'acqua arrivi alla gola, per poi giustificare ogni decisione sciagurata con la scusa dell’urgenza. Lo stivale non è mai stato in grado di rappresentare un vantaggio competitivo rispetto agli altri partner europei. Loro hanno capito che la nostra debolezza si insinua nello sponsor di "chissenefrega", consapevoli che in Italia il gioco preferito è quello dello scarica barile sul malcapitato di turno che segue a ruota. Per catturare l'attenzione è necessario provocare, scuotere le coscienze, generare degli shock per costringere le persone a trovarsi di fronte alle conseguenze negative cui si rischia di andare incontro piuttosto che al fatto compiuto. Come procedere in questa direzione? E’ molto semplice! Non servono saggi od esperti di alto profilo, perché appartengono a quella generazione responsabile degli attuali disastri e sono privi di quella conoscenza necessaria per affrontare i problemi usando il linguaggio moderno. E' sufficiente porsi delle domande, banali, ma allo stesso tempo pungenti su aspetti comportamentali che essendo entrati a far parte della quotidianità familiare, neppure ci si fa più caso, perché la routine ha la proverbiale capacità di non creare fastidiosi problemi. Infatti, perché preoccuparsi quando la pratica del "tirare a campare" ci fornisce la sensazione di star bene? In questo caso, non occorre chiederlo a chi ci ha preceduto e/o governato. Non occorre perdere tempo e risorse pubbliche a nominare saggi od esperti di comprovata esperienza (forse in tema di generazione di problemi, piuttosto che di una loro risoluzione). La risposta la si può trovare osservando a quale punto siamo arrivati dopo aver compiuto tanti sacrifici.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 06-07/Giugno-Luglio 2013 con il titolo «Focus sul Made in Italy»

10 August 2013

Tassa che ti passa

Nelle ultime settimane si è assistito, con crescente intensità, alle più svariate e colorite diatribe innescate dall'applicazione di un tributo: la famigerata TARES, acronimo di TAssa Rifiuti E Servizi. Un balzello piombato al rallenty sugli Enti Locali e automaticamente scaricato a velocità supersonica sul destinatario finale: il Cittadino. Un ulteriore tributo legiferato a livello centrale in barba a quel principio di autonomia finanziaria della Autonomie Locali mai completamente realizzato e sempre più orientato a sostenere quello imperniato sulla finanza derivata. In questo modo, l'hobby dello "scarica barile" ha potuto perpetuare la sua esistenza e costituisce, da sempre, un ottimo paravento per quei Governi che, per evitare di dover essere sanzionati dai propri elettori, ribaltano sulla periferia amministrativa la responsabilità delle decisioni di aumentare la pressione tributaria. La "patata bollente" è così passata nelle mani delle Amministrazioni Locali che non sono state capaci di fare altro che dare attuazione, sic et simpliciter, alla norma. Sarebbe stato troppo difficile e faticoso studiare soluzioni alternative in grado di limitare l'oppressione fiscale sui contribuenti. Un comportamento organizzativo orientato in questa direzione avrebbe richiesto di "scomodare" i responsabili, invitandoli ad investigare sui centri di costo ed analizzare ogni singola voce spesa nel profondo. Infatti, la "pericolosità" di una simile azione avrebbe potuto fare emergere oneri non solo inutili e superflui, per evitarne in futuro la loro ridondante ripetizione, ma anche non imputabili direttamente ai costi di erogazione di un servizio per il quale la legge richiede l'integrale copertura. Se un'indagine così prospettata fosse stata messa in pratica, avrebbe imposto un insieme articolato e complesso di operazioni con un potenziale unico beneficiario finale: il Cittadino. Tuttavia, questo maniacale interesse verso il contribuente avrebbe potuto rompere equilibri interni, perché sarebbe stato necessario mettere in moto ingranaggi arrugginiti dalla prassi, con il rischio di ingrippare tutta l'impalcatura burocratica che poggia solidamente sulle fondamenta della disorganizzazione generalizzata. Pertanto, il rischio calcolato sarebbe stato quello di mandare in stallo l'intera attività amministrativa, creando l'alibi per accusare gli Amministratori di indebita ingerenza nella gestione. Peccato, che questa forma di invadenza è, invece, sempre ben accetta quando si tratta di demandare la responsabilità di competenza a terzi, attraverso deliberazioni politiche su fatti gestionali. Ed è proprio grazie a questo modus operandi che a farne le spese è sempre lui: il Cittadino. Un personaggio che, nel pensiero politico, si materializza come oggetto del desiderio più sfrenato solo quando gli si deve "umilmente" chiedere di aprire il portafoglio. In questa circostanza, senza ombra di dubbio, tutte le abilità, capacità e competenze riescono ad emergere come d'incanto, perché è di vitale importanza riuscire ad individuare nuove e moderne tecniche comunicative per potersi prendere gioco del contribuente ed offendere la sua intelligenza. Diventa così necessario ingegnarsi per cercare di confonderlo con acrobatici giri di parole in prospettiva di lubrificarlo per bene prima di penetrare a fondo nelle sue tasche. Se poi a questo divertimento perverso vogliono essere della partita altre componenti del panorama politico, che risvegliati dal prurito della primavera elettorale escono magicamente dal loro letargo, allora le tecniche di adescamento di gruppo rischiano di cadere in allucinanti e volgari promesse destinate a rimanere sterili manifesti propagandistici. Rimane solo da augurarsi che coloro che un domani saranno chiamati a decidere le sorti del loro futuro non cadano in questo abile tranello tessuto da menti machiavelliche. Occorre prendere coscienza che il Cittadino merita rispetto e non vuole più essere l'ingrediente principale per la preparazione di un banchetto di cui non ne ha mai assaporato i benefici, ma vuole sedersi direttamente al tavolo perché, a pensarci bene, è l'unica persona titolata a nutrirsi di ciò che ha contribuito a cucinare.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 10 agosto 2013 con il titolo «Tassa che ti passa»

27 July 2013

Se io fossi ...

Il countdown ha iniziato a scandire lentamente il suo inesorabile ticchettio e nessuno sa cosa accadrà dopo l'estate. Lo si percepisce sotto diversi aspetti, più meno evidenti. Solamente chi, con quella cattiva abitudine consolidata dalla prassi, preferisce instancabilmente guardarsi intorno con i paraocchi potrà sentirsi libero di affermare, con profonda convinzione, di non essersi accorto di nulla. Peccato che le conseguenze prodotte da chi è solito orientare il proprio atteggiamento in questa direzione siano "sotto" gli occhi di tutti e non "di fianco". Quindi, la scusa dei paraocchi non ha più alcuna giustificazione per reggere di fronte ad una lapalissiana realtà dei fatti. Oggi lo scenario presenta peculiarità considerevolmente mutate rispetto a qualche anno fa. Tuttavia, il merito non deve erroneamente essere attribuito a qualche sparuta opera pubblica, se così la si vuole chiamare. Quest'ultima, soprattutto in prospettiva di una competizione elettorale, è prevalentemente realizzata per colpire "con effetti speciali" quei Cittadini, che, da un lato, sono emotivamente impressionabili con qualcosa di "straordinario" e, dall'altro, sono tristemente ignari che l'effetto "ordinario" di questa scelta si ribalta sotto forma di interessi da pagare sul mutuo contratto per finanziarla. Quindi, alla resa dei conti, ad essere colpiti "con abili strategie" sono solo i loro portafogli. Sin dalle prime schermaglie che precederanno la dialettica elettorale, i Cittadini dovranno rimanere permanentemente vigili e sobri, senza farsi ubriacare da un dolce elisir di attenzione nei confronti dei loro problemi, che rischia poi, dopo l'apertura delle urne, di essere abilmente sostituito con un amaro olio di ricino, attento non ai bisogni collettivi, ma alle tasche del contribuente. Su questo fronte gli esempi si sprecano e sarà bene tenerli perennemente in vita per evitare che la memoria li releghi, al momento del voto, nel dimenticatoio. Infatti, se da un lato, il gioco preferito dal politico è quello dello "scarica barile" per evitare di essere accusato di scarsa modestia se mettesse in mostra le proprie abilità nel saper individuare soluzioni alternative o innovative (a titolo di esempio, il riferimento può essere associato alla "TARES"), dall'altro, questa verginità non trova riscontro quando l'applicazione di una maggiore tassazione è demandata ad una pura e semplice facoltà (e non derivante da un obbligo imposto da decreti o governi) di infliggere una tassazione (in questa circostanza, a titolo di esempio, il riferimento è, invece, alla "addizionale IRPEF"). Ben vengano, quindi, quei personaggi invisi ai centri di potere perché, essendo liberi da qualsiasi guinzaglio politico, possono esporre pubblicamente e con onestà intellettuale comportamenti poco trasparenti o non opportuni nella gestione della res publica. Oggi, chiunque sia eletto alla guida di una collettività dovrebbe essere onorato, durante una discussione sulla pubblica piazza, di essere "mandato a quel paese" da parte di un Cittadino, perché forse il suo attivismo o lassismo lo ha portato a meritarsi quell'epiteto o, in alternativa, non è stato in grado di creare le premesse per evitarlo. La reazione, però, non dovrebbe risiedere nell'adire le vie legali, in quanto servirebbe solo a mettere in evidenza un manifesto segno di debolezza. Occorrerebbe agire sulla propria filosofia di pensiero o sui personali comportamenti organizzativi per cercare di comprendere le ragioni che hanno spinto quell'appartenente alla sua Comunità a proferire tali parole e, fatto ancora più grave, sottovalutato, ignorato o non ascoltato le sue motivazioni. Oggi, chiunque sia premiato dagli elettori a condurre un paese dovrebbe vantarsi di "avere tra i piedi" individui che la pensano diversamente, perché è solo dall'incontro e dallo scontro di opinioni diverse che possono nascere soluzioni condivise. Oggi, chiunque risulti vincitore di una campagna elettorale deve prendere coscienza che il mondo è cambiato ed i problemi non si risolvono con l'uso (o l'abuso) di potere, ma con la consapevolezza che ogni forma di diversità culturale rappresenta un punto di forza, ossia un vantaggio competitivo per la crescita e lo sviluppo di una comunità sempre più eterogenea. Oggi, chiunque abbia l'onere di governare un paese deve saper parlare una lingua universale e non rivolgersi al pubblico facendo uso di uno sterile ed arcaico dialetto comprensibile a pochi ed ascoltato da nessuno. Oggi, chiunque si ritrovi al vertice di un paese, deve iniziare a ragionare a piramide rovesciata, consapevole che è su lui che andranno a ricadere tutte le conseguenze delle decisioni assunte ed è solo alimentando la fiducia nei Cittadini che sarà ancora possibile garantire loro l'esistenza di un futuro migliore.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 27 luglio 2013 con il titolo «Se io fossi ...»

7 July 2013

C'era una volta

Ancora una volta il Bel Paese non ha saputo smentirsi: ce l'ha fatta! E' riuscito a dimostrare al mondo tutta la sua proverbiale mancanza di volontà nel cambiare cattive abitudini. Il popolo delle cariatidi ha preferito rispecchiarsi nell'età media del patrimonio artistico, culturale e storico. Tuttavia, se quest'ultimo ha un valore inestimabile e costituisce un motivo di orgoglio nazionale, lo stesso non si può dire per una classe politica di arcaica provenienza che, con inaudita forza, pretende ancora di voler dettare legge. Per questa ragione, coloro che scalpitano per fuoriuscire da filosofie di pensiero di origine preistorica, sono immediatamente eletti ad agnello sacrificale per sottoporli ad una lenta e progressiva epurazione dalla cerchia dei morti viventi. Il Museo degli Orrori ha da qualche mese riaperto i battenti, riuscendo nell'intento di attirare dentro di sé il meglio di ciò che potesse rappresentarlo all'esterno come tale. Ora è perfettamente in grado di mettere in mostra una parziale rinnovata collezione di opere d'arte capace di infliggere ai cittadini il peggio di ciò che si potessero aspettare. Il nuovo Sovrintendente all'archeologia ce l'ha messa tutta per sradicare quelle incrostazioni che, in passato, hanno impedito il regolare andamento degli affari. Non è stato però sufficientemente incisivo. Le ragnatele una volta tolte, con facilità tendono a riformarsi, offuscando la vista di quei giovani eletti che erroneamente hanno sempre creduto di poter mettere piede in un palazzo di vetro. Invece, là dentro nulla di nuovo può permettersi di nascere. I brontosauri non avrebbero la forza per sopportare uno shock così forte e violento. La minaccia sarebbe quella di una futura estinzione. Chiunque si permetta di proporre un cambio di posizione finirebbe per essere accusato di voler sovvertire l'ordine pubblico e correrebbe il rischio di essere giustiziato dalla gogna mediatica. Deve essere palesemente chiaro, fin dal primo giorno di apertura dei lavori, che i procedimenti di mummificazione delle attività devono durare almeno cinque anni, ossia il tempo necessario affinché i velociraptor possano appropriarsi di tutti i benefici. Ha poca importanza se, nel frattempo, la realtà dei fatti bussa insistentemente alla porta per implorare un significativo cambiamento di rotta. Una volta chiuse definitivamente le urne, il processo di putrefazione diventa irreversibile e non è più ammissibile qualsiasi proposta che chieda a gran voce di scoperchiare il sarcofago. Lo spettro di un sacrilegio aleggerebbe all'orizzonte con il rischio di risvegliare antichi fantasmi. Difficile dire quando e se questo incubo finirà. C'è da augurarsi possa avvenire presto, prima che spetti al mondo l'ingrato compito di riesumare ciò che resta e rilasciare un breve comunicato stampa: "C'era una volta l'Italia!".
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 05/Maggio 2013 con il titolo «C'era una volta»

29 June 2013

Poveri noi!

«Le distanze ci informano che siamo fragili» (LE VIBRAZIONI, “Vieni da me”, 2003). Mai prima d’ora il significato di simili parole è così appropriato allo scenario del nostro Paese. L’uso poi dell’articolo plurale rafforza ancor più la gravità del contesto nel quale viviamo ed in quello in cui ci troveremo presto a risiedere. Un Paese che, avendo il vizio di affidare a sterili norme le proprie sorti, incontra ancora notevoli difficoltà a ragionare in termini comprensoriali. Un popolo che, in qualunque direzione collochi la propria visione strategica, si limita sempre ad individuare un campanile dal quale allontanarsi, anziché tentare di far fronte comune per andare oltre le attuali difficoltà. D’altronde, se così non fosse, il titolo della canzone accennata all’inizio rappresenterebbe un’occasione troppo ghiotta per essere sfruttata. Meglio proseguire per la propria strada, in modo autonomo, sperando che dall’affermazione della propria identità emergano quei segni distintivi che un domani possano essere riconosciuti come un marchio di successo. In un ambiente dove l’unione dovrebbe fare la forza, è preferibile dotarsi di tanti eserciti di solitari dai quali, nel tempo, non potrà scaturire altro che una moltitudine di sconfitti, anziché un unico vincitore. Diventa così necessario possedere la consapevolezza che non è più sostenibile la pretesa di albergare in un’isola felice per il resto dei propri giorni. L’oceano che ci circonda è sempre più agitato ed è difficile prevedere la forma e la forza che manifesterà la tempesta che minacciosa si avvicina all’orizzonte. Occorre, pertanto, impegnarsi a gettare le basi di uno sviluppo che, al tempo stesso, abbia capacità e prospettive diverse da quelle che ormai appartengono alla storia. Infatti, se l’habitat naturale è così disastrato non è sicuramente per volontà di coloro che sono nella condizione di non poter disporre e decidere del proprio futuro, meno ancora delle generazioni che si trovano ancora allo stato embrionale. Non occorre andare lontano, è sufficiente guardarsi intorno, a 360 gradi, per rendersi conto che quella perla preziosa che da sempre ha rappresentato la stella polare del nostro paesaggio non ha più quelle potenzialità attrattive e ricettive per continuare a brillare di luce propria. Sono necessarie altre risorse in grado di generare energie alternative, portatrici di sostanze meno inquinanti. E’ per questa ragione che la forza motrice deve emanare da soggetti di elevata caratura morale e solidale, non da personaggi per i quali l’unico obiettivo da perseguire durante la temporanea esistenza terrena consiste solo ed esclusivamente nell’esaltazione del proprio ego. Tuttavia, anche il principio della solidarietà, anziché materializzarsi in un fattore critico di successo, continua a suscitare una preoccupante sensazione di turbamento ogni volta che lo si sente nominare. Ciò si verifica perché il concetto qui richiamato è spesso frainteso nella concezione di sottrarre qualcosa a chi lo possiede per darlo a chi si trova nella condizione opposta. Non esiste peggiore propaganda al significato di solidarietà che quello appena descritto! Non si tratta di colpire chi ha saputo per propri meriti costruirsi nel tempo un futuro migliore grazie a faticosi sacrifici, ma di sanzionare comportamenti di abuso e sopruso che hanno consentito l’accumulazione di ricchezze danneggiando coloro che ne avevano non tanto più diritto, ma merito. Ed il principio meritocratico, cui dovrebbe ispirarsi l’azione di qualsiasi forma di governo, non è quello che si riconosce in una posizione di forza o supremazia capace di schiacciare le legittime aspirazioni di altri. Spesso e volentieri questa qualità nasce e giace nelle componenti più deboli della società civile. Operando in questa direzione sarà così possibile creare le premesse per assicurare quel progresso sociale fatto anche, nei momenti più difficili, di politiche di austerità e rigore, purché esse siano costruite nella condivisione ed illuminate negli intenti. Come disse Aldo MORO, «non è il rigore che è intollerabile, ma l’ingiustizia. Nella serietà di una grande e difficile prospettiva politica, la democrazia non appare un ostacolo, ma una potente forza operosa nel senso di evoluzione sociale e dell’eguaglianza. E questo è l’essenziale». Non servono, quindi, tanti sforzi per individuare una via di uscita dalle attuali difficoltà. Il politico di turno deve possedere quella abilità e sensibilità di mettersi al servizio della collettività. E se l’attività svolta è improntata univocamente a rendere un servizio al popolo, allora deve saperne trarre le opportune conseguenze quando non è più in grado di offrire quel servizio pubblico che era stato chiamato a produrre, sopportandone in prima persona gli oneri del fallimento e non, come la cattiva abitudine ha insegnato, ribaltandoli su coloro che, al contrario, avrebbero dovuto percepire i prospettati benefici. Sono ormai finiti i tempi che si rispecchiano nello slogan «comunque vada sarà un successo» poiché se gli effetti della crisi economica devono essere sopportati da tutti, i primi a farne le spese dovrebbero essere coloro che hanno contribuito a provocarla o non sono stati capaci di attenuarne gli effetti dirompenti. Non è più ammissibile un sistema nel quale è l’incapacità ad essere premiata, mentre la meritocrazia affanna quotidianamente per trovare fonti di sopravvivenza. Come si può, quindi, pretendere che siano sempre gli altri ad adempiere al proprio dovere? E, nel contempo, come si possono avanzare pretese quando ci si trova in un posizione debitoria? Occorre sforzarsi per ricostruire un contesto sociale più equo nel quale la produzione o l’accaparramento della ricchezza non si traduca in un dovere o diritto di pochi intimi. In caso contrario, non ci si deve meravigliare se un domani ci troveremo di fronte a quel destino già sperimentato in materia di politica estera da Alcide DE GASPERI, ossia quello di girare «per il mondo povero e ramingo e spesso col cappello in mano, nei momenti più tristi in cui ci si doveva presentare innanzi ai vincitori». Esiste, però, una sostanziale differenza tra la situazione di ieri e quella di oggi nelle parole del compianto statista. All’epoca i vincitori erano coloro nei confronti dei quali il Paese si era incamminato verso una guerra e l’aveva persa. Oggi il Paese rischia di perdere un altro conflitto non verso terzi, ma nei confronti di sé stesso grazie a politiche inadeguate perché mirate a salvaguardare i privilegi (non i diritti) di chi senza merito si è arricchito a danno di altri. La ricchezza che nasce da fattori diversi dal vantaggio competitivo dovrebbe trovare una redistribuzione che tenga conto delle esternalità prodotte. In questo modo, sarà possibile riequilibrare il benessere sociale a vantaggio di tutti, altrimenti il pericolo è quello di generare ulteriori ingiustizie, spesso non visibili ad occhio nudo, ma percepibili non appena si entra in contatto con la realtà. Ed è sufficiente osservare ciò che accade in ogni ambito per rendersi conto che non esiste alcuna differenza da chi per anni si è riconosciuto in una parte politica piuttosto che nell’altra. Lo stesso DE GASPERI si era già accorto che «si parla molto di chi va a sinistra o a destra, ma il decisivo è andare avanti e andare avanti vuol dire che bisogna andare verso la giustizia sociale». Ma “andare avanti” non significa perpetuare lo status quo, perché significherebbe muoversi in senso orizzontale è creare le premesse per una duratura dilatazione della ineguaglianza. Il movimento, nel senso di cambiamento, deve orientarsi in altra direzione. A voler essere più precisi, «dobbiamo andare verso l’alto verso una libertà maggiore, non scendere in basso verso la schiavitù» (Luigi EINAUDI). Ed è proprio in questa discesa che si rischia di camminare, fino a quando si vorrà continuare a cantare «Facciamo finta che … tutto va ben, tutto va ben …» (Ombretta COLLI, “Facciamo finta che …!”, 1975).
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 29 giugno 2013 con il titolo «Poveri noi!»