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31 January 2017

Tirare le somme o tirare a campare? Meglio tirare i dadi!

Un altro anno si è appena concluso. E come ogni fine anno che si rispetti, è tempo di fare qualche bilancio. In altre parole, occorre tirare le somme, per gli amanti delle statistiche, e tirare a campare, per un numero di famiglie sempre maggiore. Infatti, le prime informazioni che emergono non mettono in evidenza nulla di cui vantarsi, se non quello che possa essere compreso come una forma di percezione di miglioramento della situazione economica. Paradossalmente, però, una prima sintesi di ciò che il periodo appena trascorso ha riservato è quella relativa al volume di affari del gioco d’azzardo. Numeri e indici sui cui riflettere con la massima attenzione, altrimenti si rischia di interpretarli in maniera distorta, sull’esempio del famoso “pollo di Trilussa”. In altre circostanze, al contrario, lo studio e l’analisi dei dati lascia un senso di amarezza in quanto illustra caratteristiche e peculiarità di una società che sembra aver perso il reale significato dei propri bisogni essenziali. Di fronte ad una situazione in cui le risorse, per definizione, sono sempre più scarse, la disoccupazione (con particolare riferimento a quella giovanile) dilaga a dismisura ed il tasso di povertà della popolazione è in crescita, non è certo una notizia confortante leggere che il “fatturato” del gioco d’azzardo ha raggiunto un volume di affari quasi uguale a quello speso dalle famiglie per acquistare prodotti alimentari. Una notizia preoccupante e triste al tempo stesso, che manifesta, con tutta la sua potenza, la disperazione dei cittadini o buona parte di essi, che ripongono le loro speranze sulla buona sorte, piuttosto che su alternative concrete. Ma se la fotografia del periodo appena concluso è questa, come si può continuare a credere che il sistema economico sia ancora investito dalla congiuntura sfavorevole? Come si può sostenere che i salari non consentono alle famiglie di arrivare a fine mese quando buona parte di esse sperpera il reddito nella speranza (assai rara) di essere baciati dalla Dea bendata? Se un nucleo familiare affida il miglioramento del proprio benessere ad un colpo di fortuna ciò è sintomo di qualcosa di veramente preoccupante, di una mancanza di fiducia in un futuro migliore del presente. Ciò che, però, lascia perplessi sono le politiche adottate o meno nella prospettiva di contrastare o limitare questo senso di malessere diffuso. Occorre prendere coscienza che, se non si interviene con riforme radicali per risolvere i problemi sarà, per dirla con le parole degli economisti Nouriel ROUBINI e Stephen MIMH, «come riordinare le sdraio sul ponte del Titanic» (“Crisis Economics. A Crash Course in the Future of Finance”, The Penguin Press, 2010).

Author: Emanuele COSTA
Published by: Il Nuovo Picchio01/Gennaio 2017 con il titolo «Tirare le somme o tirare a campare? Meglio tirare i dadi!».

24 October 2016

Meritocrazia? No grazie, siamo in Italia

Tra le eccellenze, ormai sempre meno, che contraddistinguono il Bel Paese dal resto del mondo, la meritocrazia non ne ha mai fatto parte. Al pari della disoccupazione giovanile, essa rappresenta una piaga che grava sull’intera società. Ad onor del vero, i due fenomeni viaggiano di pari passo. E non si tratta di una coincidenza! In un sistema economico sempre più in crisi, le risorse umane (se valorizzate) si configurano come uno degli investimenti con il più alto tasso di rendimento e non, come si tende a far credere, una sterile voce di costo che grava sui bilanci delle imprese. Eppure in molti sostengono questa seconda tesi. Le ragioni possono ascriversi alle deludenti performance del “Made in Italy” in molti settori trainanti il Prodotto Interno Lordo. Se un’azienda incontra difficoltà a sopravvivere sul mercato forse è perché i prodotti non hanno le caratteristiche, in termini di rapporto qualità/prezzo, per reggere il confronto internazionale o soddisfare le esigenze dei consumatori. Oppure il management non è riuscito a formulare appropriate strategie di marketing o, peggio ancora, è remunerato profumatamente per politiche di impresa non di successo. Sicuramente non perché il costo del lavoro è elevato! Se così fosse, infatti, andrebbe chiarito perché i dipendenti incidono negativamente sui risultati aziendali mentre i manager no. Si tratta pur sempre di stipendi, variano solo le persone che li percepiscono. A conti fatti, però, a farne le spese sono sempre i primi, colpevoli di costare troppo. Da qui l’esercito di disoccupati che, quotidianamente, arruola nuove leve. Il problema, quindi, va ricercato altrove. Non è certo rappresentato dalla massa di coloro che tentano, senza successo, di inserirsi nel mercato del lavoro, bensì è costituito da quelli che hanno avuto l’opportunità, non dipendente dal merito, di trovare un impiego grazie a meccanismi che ruotano intorno al fenomeno della raccomandazione. Infatti, se la questione fosse lo scarso appeal della produzione domestica ciò è da imputare ai lavoratori che contribuiscono a quel risultato e non certo a quelli che non svolgono un ruolo attivo nel processo di produzione, ossia i disoccupati. Se il mercato del lavoro operasse nel rispetto di parametri meritori, i migliori non avrebbero difficoltà a trovare un’occupazione perché si instaurerebbe una sana competizione tra imprese (non necessariamente sul fronte retributivo) orientata a fare incetta di persone di valore. Ma i cosiddetti “talenti” hanno qualità scomode: pensano e non solo eseguono. Ed è questa la qualità che mina alla base la rete dalla quale nasce e si nutre la raccomandazione. Se poi si aggiunge che i veri talenti sono anche indipendenti intellettualmente, nel senso che non hanno bisogno di sponsor per vedersi aprire la porta del mercato del lavoro, emerge da sola la ragione per cui l’unica alternativa alla disoccupazione giovanile in Italia sia quella di andare a rinforzare le fila dei cervelli in fuga.

AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° o4/Aprile 2016 con il titolo «Meritocrazia? No grazie, siamo in Italia»

19 April 2016

Globalizzazione e Offshoring: quali sono i potenziali effetti su occupazione e salari? (prima parte)

Premessa
Durante la mia permanenza in Inghilterra, presso la prestigiosa University of Essex, ho avuto l’opportunità di realizzare alcuni lavori di approfondimento su tematiche di economia internazionale di forte attualità. Nello specifico, si tratta di argomenti che, ogni anno, emergono con prepotenza quasi a voler ricordare che nulla è stato fatto per risolvere le questioni o, in alternativa, che non si è ancora trovata alcuna soluzione a problematiche che interessano da vicino, direttamente o indirettamente, sia i Paesi in via di sviluppo, sia quelli sviluppati. Uno dei temi sui quali ho voluto concentrare l’attenzione è quello della cosiddetta “globalizzazione”, vista, da alcuni, come la causa di tutti i mali dell’economia e, da altri, come la principale imputata nel processo contro la persistente crisi economica. Ovviamente, è necessario sempre tenere a mente che ciò che sembra, non sempre coincide con la realtà. Da qui la crescente curiosità di indagare a fondo eventuali relazioni tra globalizzazione e politiche di offshoring per verificare, sotto il profilo teorico, gli effetti su occupazione e salari. Quando si affrontano tematiche di questo tenore, la speranza è quella di dar vita ad un acceso dibattito. Pertanto, eventuali opinioni in disaccordo non potranno altro che dimostrare di aver centrato l’obiettivo.

Abstract
La teoria del commercio internazionale suggerisce che quando un Paese trasferisce parte della sua produzione all’estero, l’impatto sui lavoratori in quel Paese, nel lungo periodo, può essere positivo o negativo. Questo studio analizza, teoricamente, le conseguenze occupazionali e salariali nei paesi sviluppati indotti dalle politiche di delocalizzazione adottate negli ultimi trent’anni. Il principale obiettivo è quello di verificare se il processo di globalizzazione possa considerarsi la principale causa della disoccupazione o, in alternativa, se abbia giocato un ruolo chiave nella crisi economica che persiste nei paesi occidentali.

Sommario
1. Introduzione - 2. Parola d’ordine: globalizzazione - 3. Offshoring: esportare occupazione per ridurre i salari interni? - 4. Conclusioni - 5. Bibliografia.

1. Introduzione
Gli effetti prodotti dalla crisi economica del 2007 si possono considerare più catastrofici di quelli generati, nel 1930, dalla cosiddetta “Grande Depressione”? L’attuale e persistente crisi economica sembra avere origini antiche o, meglio, più di un padre. Per queste ragioni non è facile fare un confronto tra i due fenomeni perché, pur essendo simili nominalmente, in realtà differiscono sotto molti aspetti. Nello specifico, nel 1930 lo scenario era profondamente diverso, nel senso che la crisi economica aveva interessato un ristretto numero di Paesi (in modo particolare Stati Uniti e nazioni europee) e traeva origine dal settore industriale. Forse, è per queste ragioni che oggi le persone preferiscono parlare di “crisi globale” e non semplicemente di “crisi economica”. Infatti, nei paesi occidentali, lo scenario degli Anni Trenta si colloca dopo la Prima Guerra Mondiale e un periodo relativamente breve di espansione economica, mentre oggi, nei Paesi industrializzati, il contesto nasce da un periodo di circa sessant’anni di pace, durante il quale i Paesi sviluppati hanno avuto la possibilità di sfruttare varie opportunità generate da una graduale integrazione economica, costruendo, contestualmente, le fondamenta della attuale fase recessiva. Quindi, il problema sembra avere un solo perdente: il mondo industrializzato, che, per decenni, ha migliorato, più o meno, il suo livello di benessere. Attualmente, i Paesi sviluppati stanno ancora lottando per uscire dalla recessione, mentre le economie meno sviluppate si trovano a fare i conti con una crescita economica sostenuta. Quindi, ha ancora senso parlare di “crisi globale”? In genere, le persone tendono a considerare un fenomeno negativo solo quando si verifica nei Paesi occidentali. Stati Uniti ed Europa sono investiti da una crescita economica debole o negativa e, conseguentemente, l’opinione pubblica si (auto)convince di trovarsi in recessione. Al contrario, Cina e India (che, tra l’altro, sono anche le nazioni più popolate del pianeta) stanno registrando alti tassi di crescita economica. In altre parole, all’interno di questi due paesi la “crisi globale” non esiste o, nella peggiore delle ipotesi, si tratta di una crescita economica più debole rispetto agli anni precedenti. Si tratta, però, pur sempre di crescita e non di recessione! Analizzando il contesto storico, i paesi sviluppati hanno iniziato ad andare in crisi nei primi Anni Novanta, in seguito alla fine della Guerra Fredda, al collasso dell’Unione Sovietica e all’avvio del processo di “occidentalizzazione” dell’Europa Orientale. Si è trattato, in pratica, del primo passo verso la cosiddetta “europeizzazione” dell’economia o, letto in altri termini, una sorta di globalizzazione su scala europea. Quindi, alla luce di ciò, si può affermare che la fine della Guerra Fredda, con la creazione di nuove opportunità economiche, ha determinato il processo di globalizzazione? Secondo LEWIS e MOORE (“Globalization and the Cold War: the Communist Dimension”, Management & Organizational History, Volume 5, n° 1, 2010), la globalizzazione esisteva già prima della fine della Guerra Fredda ed aveva due obiettivi. Il primo, perseguito dai paesi occidentali ed era orientato al mercato. Il secondo, portato avanti dai paesi comunisti ed era orientato al collettivismo. Quindi, è chiaro che dopo la fine della Guerra Fredda c’era solo un’unica via per interpretare questo fenomeno e la caduta del Comunismo ha contribuito ad accelerare i processi di liberalizzazione, le aperture commerciali e, conseguentemente, la globalizzazione. Comunque, forse, una grande spinta verso la globalizzazione è stata data dieci anni prima, negli Anni Ottanta, grazie alla cosiddetta “reaganomics”, in altre parole alla politica economica del Presidente americano Ronald REAGAN, imperniata sullo sviluppo economico trainato dall’offerta e non dalla domanda aggregata come previsto dalle teorie economiche Keynesiane. Quindi, dopo un breve excursus sulla teoria del commercio internazionale, questo saggio si focalizzerà sulla globalizzazione e agli stretti legami con la delocalizzazione. In secondo luogo, lo studio indagherà gli effetti positivi e negativi prodotti dalle politiche di offshoring, cercando di valutare eventuali legami con i salari. (continua)

AuthorEmanuele COSTA
Published byBacherontius n° o1/Aprile 2016 con il titolo «Globalizzazione: quali effetti su occupazione e salari?»

31 March 2016

Globalizzazione e disoccupazione giovanile (terza e ultima parte)

(segue) - Per l’analisi del contesto internazionale, una ricerca empirica potrebbe prendere in considerazione dati panel relativi ad un determinato periodo storico, utilizzando come variabile economica indipendente la penetrazione di un paese (o gruppi di paesi) in Italia, dopo aver, opportunamente, ripartito il territorio in tre macro aree geografiche, ossia: Nord, Centro e Sud. La ricerca potrebbe evidenziare, ad esempio, in quale misura l’invasione dei prodotti “Made in China” sul mercato nazionale incide sul tasso di disoccupazione giovanile oppure in che modo l’appartenenza all’Unione Europea impatta sulla medesima variabile economica oggetto di studio. I risultati possono essere sorprendenti. Da un lato, potrebbe emergere come la politica di offshoring incida negativamente sul livello di disoccupazione giovanile mentre, dall’altro, la membership con l’Europa abbia riflessi positivi, in barba a chi sostiene che l’Europa e l’euro siano la “madre di tutti i mali” della situazione in cui versa l’economia nostrana. Per lo scenario domestico, invece, si potrebbero prendere in considerazione serie storiche riferite ad uno specifico periodo, in modo da poter illustrare l’impatto delle principali teorie economiche, delle credenze popolari e delle politiche pubbliche sul tasso di disoccupazione giovanile. In questo caso, le variabili economiche da considerare sono numerose. A titolo esemplificativo e non esaustivo, le relazioni inflazione/disoccupazione e prodotto interno lordo/disoccupazione forniscono due importanti informazioni per verificare la validità delle teorie economiche (Curva di Phillips e Legge di Okun), così come il fenomeno dell’immigrazione e appartenenza all’euro possono essere studiati per confermare o smentire alcune credenze popolari, mentre l’efficacia delle politiche pubbliche potrebbe essere valutata attraverso il volume degli investimenti pubblici e la pressione fiscale. Infine, un ruolo importante, potrebbe essere giocato dal livello di scolarizzazione dei giovani per verificare in che modo il loro percorso di studi possa incidere sullo status di disoccupato. In definitiva, mentre la teoria economica spesso tende a spostare l’orizzonte di analisi nel lungo periodo, i problemi economici di un paese richiedono risposte immediate o di breve periodo. Tuttavia, se la teoria economica insiste nel lasciare il mercato libero di raggiungere il suo equilibrio nel lungo periodo, allora sarebbe sufficiente attendere il trascorrere del tempo senza sforzarsi di trovare oggi politiche pubbliche per risolvere i problemi. L’importante, però, è essere consapevoli, come ha sostenuto l’economista britannico John Maynard Keynes (“A Tract on Monetary Reform”, MacMillan and Company Ltd, 1923), dell’inutilità di tale attesa, in quanto «nel lungo periodo siamo tutti morti».

AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° 1/Gennaio 2016 con il titolo «Globalizzazione e disoccupazione giovanile»

15 February 2016

Globalizzazione e disoccupazione giovanile (seconda parte)

(segue) - Il successo di un Paese o di una politica sta proprio nell’avere la capacità di individuare le opportunità nascoste. La vittima “par excellence” è rappresentata da un sistema economico rigido, incapace di adattarsi al cambiamento e di operare nel mercato globale. La globalizzazione, infatti, non ha ridotto la dimensione del mercato, ma l’ha ampliata notevolmente. Le aziende si sono così trovate improvvisamente a doversi confrontare con numerosi competitori internazionali dotati di una forza lavoro non solo più abbondante, ma soprattutto a buon mercato. Se a questo vantaggio comparativo si aggiungono la riduzione dei costi di trasporto, lo sviluppo di nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e, ultimo ma non meno importante, l’ampliamento della gamma dei prodotti/servizi commercializzabili, risulta ben chiaro come le aziende nazionali reputino conveniente trasferirsi all’estero per sfruttare tutti questi benefici e sopravvivere in un mercato il cui tasso di competitività è cresciuto sensibilmente. Tuttavia, così come i Paesi in via di sviluppo sono dotati di questo vantaggio comparativo (costituito da una forza lavoro abbondante, non specializzata ed economica), allo stesso modo i paesi industrializzati devono saper sfruttare il loro vantaggio comparativo, rappresentato da tutta una serie di fattori intangibili compresi nella forza lavoro specializzata (a titolo esemplificativo e non esaustivo: know-how, esperienza, istruzione) che spesso sono la materia prima dei processi di produzione trasferiti all’estero. In sintesi, le imprese nazionali si sono trovate di fronte ad un bivio: da un lato, sopravvivere in mercato internazionale sempre più competitivo, cercando di sfruttare tutte le opportunità offerte e, dall’altro, fallire sul mercato interno, ostile ad accettare i cambiamenti in atto. Alla luce di quanto sopra, gli studi economici potrebbero incentrarsi sull’eventuale analisi empirica che metta in evidenza l’esistenza di eventuali relazioni esistenti tra alcune variabili economiche ed il tasso di disoccupazione giovanile in Italia. In particolare, da un lato, si potrebbe considerare lo scenario internazionale, con specifico riferimento al ruolo giocato dai paesi asiatici, generalmente imputati di essere i principali fruitori delle politiche di offshoring e, dall’altro, considerando il contesto interno, con riferimento ad un mix di fattori che la credenza popolare ritiene essere i principali responsabili del fenomeno analizzato. Nel concreto, la ricerca potrebbe svilupparsi considerando l’effetto prodotto: dalla globalizzazione, attraverso l’indice di penetrazione delle importazioni, e dal mercato interno, attraverso alcune variabili reputate (teoricamente, popolarmente o politicamente) responsabili. (continua)

AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° 10/Novembre-Dicembre 2015 con il titolo «Opportunità nascoste, la svolta degli Stati»

31 October 2015

Che genere di Europa è stata edificata?

Non è mai stata mia intenzione prendere posizione su un argomento così delicato, sensibile e toccante come quello che, in questo momento, riguarda l’immigrazione. Più che l’esigenza di voler, a tutti costi, inflazionare ancor più i commenti rilasciati da personaggi sicuramente più autorevoli e preparati di chi scrive, tenterò di soddisfare le numerose richieste che, sul tema, mi sono pervenute. Cercherò, quindi, di fornire un modesto contributo, che mi auguro possa risultare equilibrato, sperando, nel contempo, di suscitare qualche critica costruttiva volta ad accendere un coscienzioso dibattito su una materia di così ampia portata. Per chi ha vissuto, in prima persona, la caduta del Muro di Berlino e gli eventi storico-politici che hanno accelerato lo smantellamento della cosiddetta “cortina di ferro”, cui ha fatto seguito la dissoluzione del regime in vigore in quella che, una volta, era additata come Europa dell’Est, è pacifico che la memoria resusciti pensieri e ricordi di quell’incredibile ed indimenticabile periodo, con un distinguo rispetto al fenomeno attuale. All’epoca, infatti, più che una vittoria dell’Ovest sull’Est o, in alternativa, del libero mercato sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione, si è vissuto ed affrontato un momento di euforia a braccia aperte, ben disposte a sviluppare una politica di accoglienza nei confronti dei popoli dell’Europa orientale in fuga, non da una guerra, ma da un regime che li aveva privati delle più elementari libertà fondamentali, ma anche costretti a vivere in condizioni di “povertà” rispetto alla ricchezza “drogata” dal debito dei popoli occidentali. Eppure, il ricordo è ancora molto limpido: sono indelebili le immagini di quelle “carrette del mare” stracolme all’inverosimile di persone che, dai paesi balcani affacciati sul Mediterraneo cercavano rifugio al di là delle proprie coste, così come è indimenticabile la macchina organizzativa messa in piedi per accogliere i “rifugiati europei” e la gara di solidarietà fra coloro che offrivano aiuto. Ma la storia, come sempre accade, tende ad insegnare il peggio e dimenticare l’esperienza migliore. Oggi, a fallire non è un sistema economico rispetto ad un altro, ma tutta quella cultura europea che, dal dopoguerra ad oggi, è stata costruita sul rispetto di ben determinati valori che, come d’incanto, si sono vaporizzati nell’egoistico benessere e materializzati nella “Grande Casa Comune Europea”. In altre parole, l’Europa sta dimostrando di non essere in grado di esportare quei principi culturali, solidali e umanitari che costituiscono un peculiare fattore critico di successo che le grandi potenze del pianeta non sono nemmeno in grado di immaginare, se non, come dice la parola stessa, manifestando nel peggiore dei modi la superiorità della loro forza. Che cosa è, quindi, cambiato nella cultura europea di oggi rispetto a quella dei primi Anni Novanta?

AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° o8/Settembre 2015 con il titolo «Che genere di Europa è stata edificata?»

21 September 2015

Il vuoto oltre il nulla

Negli ultimi mesi, l’Europa ha concentrato i propri sforzi su un solo obiettivo: mettere alle corde la Grecia per costringerla a compiere una scelta difficile di fronte ad un bivio. Abbandonare l’Europa e le sue stringenti regole in materia di bilancio pubblico oppure piegarsi di fronte alle pressanti richieste dei creditori internazionali, imponendo ulteriori sacrifici ad un popolo già provato dagli effetti prodotti dalla persistente crisi economica unitamente a quelli indotti dalle precedenti politiche di austerità. A nulla è servito il voto “di protesta”, che ha portato il partito di sinistra Syriza al governo del Paese. Nonostante i proclami sostenuti con vigore in campagna elettorale, una volta conquistato lo scettro del potere ci si è presto resi conto che i margini di manovra erano (ed ancora lo sono) palesemente ridotti. E’ l’economia che cambia il mondo e non la politica. Sono i numeri che combinati tra loro danno i risultati e non le parole, specie se private del loro più elementare ed univoco significato. Ad accorgersene, forse per primo, è stato l’ormai ex Ministro delle Finanze ellenico, il professore Yanis Varoufakis, che ha pensato di non perdere tempo e mettere nero su bianco per denunciare questa constatazione di fatto in un libro dedicato alla figlia e, quindi, a persone “non addette ai lavori” nell’affascinante contesto della scienza economica (“E’ l’economia che cambia il mondo”, Rizzoli, 2015). La vita delle persone non può essere condannata per l’eternità a compiere sacrifici, legando il loro destino ad una sterile elaborazione di formule matematiche da verificare a tutti i costi. I modelli costruiti dovrebbero consistere in basi di partenza, di approfondimento e di indagine sul comportamento delle variabili economiche e non costituire profezie che si autoavverano. Tuttavia, e di questo occorre prenderne tristemente atto, ogni forma di benessere, sia esso organizzativo, sociale o umano si sprigiona da un rigoroso rispetto di equilibri e regole di convivenza civile e non potrà mai scaturire dall’attuale disordine che regna sovrano nello scenario economico mondiale. Ciò che oggi è assente nel palcoscenico internazionale non sono gli strumenti di studio e analisi che, spesso e volentieri, sono abusati per voler dimostrare l’impossibile, ma le primitive regole del buon senso che sono resuscitate dalla classe politica solo quando è necessario individuare una via d’uscita di fronte ad un portone spalancato, facendone pagare le conseguenze ai singoli Cittadini, invocati solo quando si deve richiamarli al rispetto dei loro “doveri” e non quando occorre riconoscerne i “diritti”. Ciò che meraviglia è l’assoluta indifferenza di fronte ad un vortice che lentamente sta inghiottendo tutto, perpetuando i problemi nel tempo per legittimare la conservazione del potere da parte di chi già lo detiene.

AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° o7/Luglio-Agosto 2015 con il titolo «Il vuoto oltre il nulla»

31 July 2015

Non c'è Syriza che tenga

Le notizie dell’ultima ora hanno palesemente dimostrato che tutti i movimenti “rivoluzionari” in Europa sono destinati a fallire miseramente nella loro ideologia, anche se fatta di buoni propositi. Le Istituzioni finanziarie e, oltre ogni misura, la Germania hanno esternato senza mezzi termini la potenza della loro forza, riuscendo a piegare il timido tentativo del Governo ellenico di imporre una svolta alle relazioni economiche tra i diversi Partner dell’Unione Europea. Da questo comportamento, l’unico vincitore è colui che ha abbandonato la scena: l’ormai ex Ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis perché ha tolto la maschera a quella che è diventata oggi l’Unione Europea. Il suo modo di fare politica e, soprattutto, il suo approccio teorico all’economia non hanno scalfito minimamente il muro eretto dai creditori internazionali. In altre parole, tutta la vicenda ha dimostrato che non è interesse dell’Unione Europea produrre benefici per tutti, qualcuno deve soccombere od essere umiliato sulla pubblica piazza. La diatriba è riuscita a mettere a nudo una triste realtà. Non ha più senso parlare di unione tra vari Stati per perseguire un ideale comune, ma di una adesione virtuale dei vari Stati alla Germania per la tutela degli interessi di quest’ultima. Eppure gli sforzi richiesti al popolo greco non sono poi così distanti da quelli cui altri paesi aderenti all’Unione Europea saranno chiamati a compiere nel prossimo futuro. Alcuni governi, forse, non hanno ancora percepito di essere già in coda dietro la Grecia. L’attuale classe politica europea non ha ancora maturato la consapevolezza di non essere stata in grado di studiare politiche economiche efficaci a tutela dei più deboli, siano essi singoli individui oppure singoli Stati. Era più che prevedibile attendersi che l’impatto dirompente di una fase recessiva andasse a colpire le economie più fragili. Ci si poteva pensare prima, ma le priorità erano altre anche se non si è capito quali siano state. “E’ l’economia che cambia il mondo” (Rizzoli, 2015) così recita il titolo, più che mai propiziatorio, dell’ultimo libro dell’ex Ministro Varoufakis. E l’incipit di questo affascinante racconto è ancor più tranciante: “Tutti i bambini nascono nudi”. Le politiche economiche europee non hanno contribuito ad unire, ma a dividere. Ciò è accaduto perché le disuguaglianze tra i popoli si sono sempre più accentuate negli anni e dilatate a dismisura con la leva della crisi economica. E così, mentre ogni essere umano viene al mondo senza veli, quelli che vi albergano già da qualche anno non si sono ancora resi conto che di questo passo le attuali politiche europee, piene di egoismo e vuote di solidarietà, non faranno altro che privarli progressivamente di quelle poche ricchezze disponibili, facendo presagire un triste destino: “Tutti i Cittadini dell’Unione moriranno nudi” ... eccetto uno.


AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° o6/Giugno 2015 con il titolo «Non c'è Syriza che tenga»

18 May 2015

Habemus legem!

E legge fu! Senza alcun ripensamento, il Capo dello Stato ha posto la sua firma, promulgando di fatto la riforma della legge elettorale. Dal "Porcellum" all'"Italicum" il passo è stato breve. Coloro che auspicavano un rinvio alle Camere hanno dovuto tristemente prendere atto della loro delusione. C'è rimasto ancora qualcuno che soggiorna nel dubbio o nella speranza? Siamo in Italia e, come tutte le cose, la diatriba si è rivelata solo ed esclusivamente un fuoco di paglia. Le parti in causa sono riuscite a conferire importanza e a litigare su un argomento che, a ragione o a torto, fa esattamente il gioco di entrambe le forze in campo. Chi ha sostenuto con convinzione il nuovo testo di legge, ovviamente non può che decantarne il sensibile passo avanti rispetto alla precedente normativa. Chi ne ha osteggiato il percorso, si dichiara insoddisfatto e pronto a mettere di nuovo mano una volta al Governo. Gli Italiani, invece, come loro abitudine, sono rimasti alla finestra ad osservare le liti di cortile che hanno accompagnato i lavori parlamentari. Che il "Porcellum" avesse qualche difetto ormai se ne erano accorti in molti, al di là dei pareri e delle sentenze sulla costituzionalità o meno del suo articolato. Che l'"Italicum" abbia qualche imperfezione è ancora da appurare. Così come era stato per il "Porcellum" a suo tempo, occorrerà testare la legge con nuove elezioni e solo dopo averne assaporato il risultato se ne potrà valutare la bontà o meno delle sue intenzioni. E' ovvio, come sempre accade, che la compagine che risulterà vincitrice in occasione della prossima consultazione elettorale ne esalterà la validità, mentre coloro che andranno a sedersi tra i banchi dell'opposizione ne contesteranno vivacemente la legittimità. Ma questo è il gioco delle parti e chiunque è consapevole che un testo di legge sulle regole elettorali può far comodo oggi alla parte avversa rispetto a quella che ha lottato per volerla. Una cosa è certa. La legge elettorale avrà sicuramente tutti i crismi della costituzionalità. Questo, però, non vuol dire che sia in grado di garantire al Paese una governabilità seria e duratura. Queste sono peculiarità che non appartengono all'immaterialità del dettato normativo, ma alla consistenza etica e morale delle persone che andranno ad occupare posizioni di responsabilità in Parlamento e nella futura compagine esecutiva. Ed i politici che saranno chiamati a deliberare sulle sorti del Bel Paese saranno scelti dagli Italiani, con il loro voto, indipendentemente da qualsivoglia testo di legge elettorale in vigore ed al di là di candidati "a posto" o imposti dai vertici di partito. L'importante è poi accettare il risultato che uscirà dalle urne e smetterla, una volta per tutte, di piagnucolare per aver scelto erroneamente il destino del proprio Paese.


AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° o4/Aprile 2015 con il titolo «Habemus legem!»

8 April 2015

Disoccupazione giovanile? Ci risiamo ...

Come volevasi dimostrare! Con queste tre parole, ai tempi delle scuole superiori, si usava concludere quei problemi di geometria che si proponevano di dimostrare, in modo scientifico, ciò che a prima vista sembrava "ovvio". Invece, di "ovvio" non c'era proprio niente! Se si voleva argomentare in merito alla validità di una ben determinata affermazione, era necessario accompagnarla da una minuziosa e dettagliata dimostrazione della tesi sostenuta, partendo dalle poche ipotesi di cui si disponeva. Una volta, poi, riusciti nell'ardua impresa, spesso dopo giorni di tentativi assurdi, ci si rendeva conto che, effettivamente, la realtà non albergava nella "ovvietà", altrimenti chiunque avrebbe potuto, nel corso della sua vita, lanciarsi nella propaganda di postulati, ossia di proprietà che non necessitano di alcuna dimostrazione, in quanto ritenute vere "per definizione". Oggi, la politica ci ha abituato a sopportare slogan ad effetto, capaci di convincere anche il più testardo Cittadino, tralasciando ipotesi che, spesso, rendono quell'annuncio privo di qualsiasi sostenibilità futura, generando così risultati che si dirigono, tristemente, nella direzione opposta a quella prospettata. Le conseguenze sono talmente disastrose che il concetto iniziale di "come volevasi dimostrare" ha, paradossalmente, lo stesso significato (ma opposto) rispetto all'obiettivo raggiunto durante la dimostrazione di un teorema. E' per queste ovvie (qui nel vero significato del termine) ragioni che, in Italia, qualsiasi tentativo mirato alla risoluzione di una questione, ha la capacità di contribuire ad ampliare le dimensioni del problema anziché risolverlo. Non occorre fornire elaborate dimostrazioni scientifiche sulla validità delle politiche adottate, sarebbe sufficiente partorire qualcosa che non solo sia di buon senso, ma ... abbia senso. L'ormai famoso "bonus fiscale", ad esempio, non ha prodotto gli effetti desiderati: non ha incentivato i consumi e, conseguentemente, non ha contribuito al rilancio dell'economia ed, in ultima analisi, alla riduzione della disoccupazione, con particolare riferimento a quella giovanile. Gli ultimi dati provvisori, resi pubblici dall'ISTAT, parlano chiaro: a febbraio la disoccupazione giovanile (ma anche quella complessiva) è tornata a salire, raggiungendo un picco del 42,7%. Forse, il problema era un altro oppure, geometricamente parlando, le ipotesi di base per risolverlo erano sbagliate e non utili per dimostrare la tesi. L'importante però è continuare a stordire il popolo con discorsi logorroici, usando parole ad effetto capaci di far dimenticare il passato e spostare l'ago dell'attenzione su un ipotetico futuro, dimenticando che viviamo nel presente. Perché se oggi ci siamo, un domani non vorremo dire ... ci risiamo! E se oggi nulla è cambiato rispetto al passato è perché nulla cambierà in futuro rispetto ad oggi. E' un dato di fatto: come volevasi dimostrare!


AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° o3/Marzo 2015 con il titolo «Disoccupazione giovanile? Ci risiamo ...»

7 February 2015

Capo dello ... "stato sereno"

Come più volte promesso in passato, non c'era alcuna ragione per preoccuparsi. E così è stato! In men che non si dica, il Parlamento in seduta comune ha eletto, alla quarta votazione, il dodicesimo Presidente della Repubblica. E' stata sufficiente la maggioranza assoluta, che ha, comunque, sfiorato i due terzi di preferenze. Tutto ciò è avvenuto sotto l'abile guida e la spinta del Primo Ministro, che, dapprima, ha messo in riga tutti i suoi alleati (di partito e di governo) e, poi, ha inculcato loro l'idea che il nominativo avanzato sarebbe stato il solo in grado di garantire agli Italiani di raggiungere quella serenità perduta da tempo. A giochi fatti, chi può dargli torto? "La legge del più forte è sempre la migliore", così recita un detto popolare. E finché i risultati rispettano, per filo e per segno, le previsioni, nulla può essere sottoposto a discussioni di lana caprina sul sesso degli angeli. Sulla bontà, competenza e serietà del candidato suggerito, nessuna obiezione. Inutili sono quei commenti che, in un batti e baleno, sono stati vomitati sui social forum che, a pappagallo, hanno continuano a ripetere che "Mattarella non è il mio Presidente, perché non è stato eletto dal popolo". Se è per questo, non lo erano neppure i precedenti, dal primo all'ultimo, perché la vigente Carta Costituzionale demanda l'elezione del Capo dello Stato al Parlamento in seduta comune e non ad una consultazione elettorale e, men che meno, ai social forum. Si può avere fiducia o meno in una persona, ma occorre anche saper accettare le risultanze delle regole fissate dal gioco. E questo modus operandi, che piaccia o no, è stato rispettato alla lettera. In un contesto socio/economico come quello attuale, una figura forte al Colle potrebbe essere quello che serve al Paese per evitare "strappi" di sorta alle vigenti regole democratiche. Per queste ovvie ragioni, l'aver portato un giudice della Consulta all'apice dello Stato repubblicano non può essere altro che un evidente manifestazione di garanzia. In primo luogo, come garante e sapiente interprete delle norme che gli saranno sottoposte per la promulgazione dal Parlamento. In secondo luogo, come attento vigilante sul rispetto di una legge fondamentale che può essere migliorata, ma non stravolta a seconda dei "pruriti di palazzo". La maggiore attenzione alle leggi licenziate dall'Assemblea legislativa è, quindi, assicurato. Sarebbe spiacevole, infatti, vedere la Corte Costituzionale dichiarare incostituzionale una norma promulgata da chi, prima dell'attuale carica, copriva un seggio in seno alla stessa. Sarà come sottoporre una legge ad un doppio esame di costituzionalità. Per questo, oggi, è forse il caso di dirlo agli Italiani, a voce alta e senza equivoci di sorta: "State sereni!".

AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° o1/Gennaio 2015 con il titolo «Capo dello ... "stato sereno"»

30 November 2014

Doccia fredda? ... Non per beneficenza!

Alla resa dei conti, ciò che era nelle aspettative del Governo è stato praticamente disatteso. Non ci voleva un pozzo di scienza per prevedere che un aumento dei redditi familiari non avrebbe avuto alcuna ripercussione positiva sul livello dei consumi. Il sistema economico italiano è, da qualche anno, agonizzante e la paralisi è prossima se non si interviene coraggiosamente in modo serio con politiche pubbliche credibili nei fatti e non solo a parole. Il bonus IRPEF di ottanta euro non ha contribuito a generare quella che, in gergo economico, è chiamata "the big push" (ossia, "la grande spinta") per allontanarsi da quel circolo vizioso recessivo verso il quale il Paese si sta pericolosamente dirigendo. Quella gratifica in busta paga, erogata a favore dei redditi mensili inferiori ai millecinquecento euro, non è stata utile nemmeno per prendere una vigorosa rincorsa, figuriamoci, quindi, quale forza possa aver avuto la conseguente spinta! Ancora una volta, la diligenza del buon padre di famiglia ha preso il sopravvento, facendo sì che quelle risorse aggiuntive siano state accantonate in attesa di tempi migliori o come potenziale salvagente qualora la congiuntura economica volga al peggio. In altre circostanze, gli ottanta euro sono stati destinati al pagamento dei debiti contratti per i consumi effettuati in passato, considerando che, in media, circa il 40% degli italiani ha acquistato a rate. In sintesi, il benefit ricevuto non è stato utilizzato per quel target che l'Esecutivo si era prefissato. A differenza del comportamento organizzativo in auge tra i gestori della res publica, le famiglie hanno preferito utilizzare la maggiore entrata in modo alternativo rispetto ad un aumento della spesa. I contribuenti, nel loro piccolo, hanno messo mano al bilancio senza avere bisogno di alcuna consulenza per operare una spending review su scala ridotta. In tutta questa storia, però, c'è qualcosa che non torna e che potrebbe rivelarsi un ulteriore boomerang sui consumi. In altre parole, quel bonus IRPEF potrebbe essere stato erogato anche a coloro che ne avevano diritto su base mensile, ma non gli spettava su base annuale (ossia prendendo in considerazione, nel calcolo, anche la tredicesima). In questo caso, tutto si potrebbe tradurre, a fine anno, in un'amara sorpresa. Una vera e propria doccia fredda che, per effetto del conguaglio fiscale di dicembre, si rovescerà in testa a coloro che hanno beneficiato, nel corso dell'anno, degli ottanta euro pur non avendone alcun diritto. Così, chi credeva di aver scoperto l'acqua calda per far ripartire i consumi, in definitiva potrebbe aver gettato le basi per una loro ulteriore contrazione, che impatterà proprio a fine anno quando le famiglie si troveranno in tasca una minore retribuzione. Se poi il prospettato aumento dell'IVA ridotta andrà in porto, allora il bonus IRPEF potrebbe tornare al mittente anche in misura superiore a quello percepito.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 11-12/Novembre-Dicembre 2014 con il titolo «Doccia fredda? ... Non per beneficenza!»

28 October 2014

Quale strategia per stimolare la crescita?

Dal mese di luglio l'Italia ha assunto la Presidenza del Consiglio dell'Unione Europea. Lo ha fatto in maniera dirompente, al di fuori dei soliti schemi burocratico/formali che hanno sempre caratterizzato la classe politica del Bel Paese. L'obiettivo è più che ambizioso: uscire da quella noia in cui, nell'ultimo decennio e grazie alle sue direttive, è sprofondato il senso di appartenenza all'Unione Europea, contribuendo a far germogliare sentimenti antieuropeisti. D'altronde, se in tutti questi anni non si sono registrati miglioramenti nel benessere sociale dei Cittadini (complice anche la crisi economico/finanziaria) significa, senza mezzi termini, che qualcosa, se non tutto, è sicuramente da rivedere, riformulare o radicalmente modificare. L'ordine è uno solo: occorre adottare politiche idonee a stimolare la crescita economica, per non rimanere invischiati nel vortice della recessione. Non è, però, sufficiente provvedervi per decreto. Occorre agire sui comportamenti organizzativi degli operatori economici affinché possano esserne facilitati nell'assunzione delle decisioni di investimento e non abbandonati al loro destino. La perdita di fiducia del settore produttivo potrebbe inficiare i buoni propositi dei provvedimenti in suo favore. Crescita, tuttavia, non è sinonimo di indebitamento. In altre parole, la ripresa economica non può essere sponsorizzata dal debito pubblico. Su questo argomento, gli ortodossi del rigore finanziario sono inamovibili. E' pur vero che, ai tassi di interesse attuali (prossimi allo zero) può essere conveniente ricorrere ai debiti, ma corrisponde ad altrettanta verità che alla ripresa economica generalmente fa seguito una crescita del costo del denaro, con il rischio certo di ritrovarsi con uno stock di debito più elevato, sul quale graverà complessivamente un onere finanziario superiore. Eppure, un'altra strada si può aprire all'orizzonte per finanziare la crescita. Il fronte di azione è sempre lo stesso: il debito pubblico. Anziché aumentarlo, la ripresa economica può essere trainata dalla rimessa in circolo di risorse derivanti dal progressivo rimborso dello stock di debito sovrano affinché possano trovare un impiego alternativo nel settore privato che è sicuramente più produttivo di quello pubblico. Questo, però, imporrebbe una linea di condotta che rimetta in discussione tutto l'impianto organizzativo del Settore statale, in modo da trasformarlo nel motore propulsivo dello sviluppo economico, liberandosi da quella zavorra che per decenni ha rappresentato la "palla al piede" ad ogni libera iniziativa volta a migliorare la produttività del sistema economico nazionale. In alternativa, ci si potrebbe ritrovare tra sei mesi a discutere delle stesse cose, ma in un contesto ancor più depresso di quello odierno, dove sarà necessario adottare misure drastiche per riportare lo stato dei fatti al livello attuale, non ad uno migliore.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 09-10/Settembre-Ottobre 2014 con il titolo «Quale strategia per stimolare la crescita?»

14 August 2014

Il rischio di avere paura

Cosa spinge l'essere umano a fuggire dalla realtà? Nonostante sia problematico dare una spiegazione a questa reazione comportamentale, non è, al contrario, difficile individuare l'unica risposta plausibile: la pauraLa quotidianità dei fenomeni, infatti, fa sì che le situazioni si evolvano verso un duplice scenario. Da un lato, emergono i processi di cambiamento che investono la società civile, dai quali, il più delle volte, si cerca di scappare perché ci si sente incapaci di adattarvisi. In altre parole, si predilige lo status quo, composto da eventi prevedibili o, nella migliore delle ipotesi, da assenza di novità. La mancata capacità di adattare il proprio modus vivendi all'ambiente circostante crea quel senso di angoscia che orienta l'uomo ad allontanarsi dal potenziale pericolo in quanto, sentendosi preda del cambiamento, cresce la paura di affrontarlo in prima persona. Dall'altro, affiora la verità dei fatti, i cui meccanismi appaiono tanto paradossali da scatenare nella mente umana una forma automatica di rigetto. Questo avviene perchè se quella circostanza fosse confermata, metterebbe in discussione la solidità di quell'impalcatura sulla quale poggia il consenso. La paura prende, così, il sopravvento, scatenando reazioni incontrollabili che spingono il corpo a manifestare, in forma verbale o attraverso i movimenti, il significato del proprio pensiero in quel preciso momento. Eppure tutto si potrebbe evitare se, prima di farsi cogliere da istinti primordiali, ci si fermasse un istante, trasformando la paura in una grande opportunità. Sarebbe sufficiente chiedersi per quale ragione ci sono persone che insistono con caparbietà nella ricerca del cambiamento oppure perché ve ne sono altre che, mettendo in pericolo la propria vita, continuano ostinatamente a lottare per far emergere la verità. E' veramente importante riflettere su questi due interrogativi. Altrimenti, ci si dovrà rassegnare al fatto che, nell'approfondire gli studi sul comportamento umano, aveva ragione lo storico dell'economia Carlo Maria CIPOLLA quando scrisse la Terza Legge della "Teoria della stupidità umana": «Una persona è stupida se causa un danno a un'altra persona o a un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno».
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Futurista del 29 novembre 2011 con il titolo «Il rischio di avere paura»

16 July 2014

La paura ha fatto "Ottanta"

Che la matematica non sia un’opinione è cosa risaputa e scientificamente provata, ma quando ad un numero si tende ad associare il verificarsi di uno specifico evento, allora i pareri non sempre concordano sul medesimo risultato raggiunto. In questa circostanza, si apre solitamente una accesa discussione tra i sostenitori di una teoria e coloro che, per motivazioni dettate dall’appartenenza ad una corrente di pensiero diversa, si riconoscono in quella opposta. Chi abbia ragione è, nella maggior parte dei casi, difficile da dire. Si lascia sempre la conclusione del proprio ragionamento a posteriori, in modo che opportunamente non possa essere smentito dai fatti. Affidarsi ad una credenza popolare può sicuramente rappresentare una rapida via d’uscita di fronte ad un dilemma, anche se non sempre la ragione del più forte è quella che proverbialmente si riconosce essere la migliore. Infatti, occorre sempre verificare non solo la solidità delle fondamenta, ma anche gli equilibri sui quali si regge l’impalcatura di quella che si ritiene essere il cosiddetto punto di forza. Chi è diffidente di fronte alla realtà e molto diplomaticamente non intende prendere posizione, può certamente nascondersi dietro al celebre detto che la verità, in fondo, si colloca sempre nel mezzo. Tuttavia, questa comoda scappatoia cela sempre una componente di opportunismo e, alla resa dei conti, non fornisce alcun contributo capace di districare la discussione in atto. Leggendo, però, i risultati dell’ultima tornata elettorale emerge, senza alcun dubbio, che la paura ha fatto “ottanta”, in barba a tutte le più rosee previsioni che, nel gioco del lotto, trovano spesso conferma. Il dato, però, che si colloca a sostegno delle credenze popolari è che la verità si è andata a collocare proprio nel mezzo, riconoscendosi in quel 40% di preferenze accordate all’ideatore e promotore della gratifica in busta paga. La matematica, si è detto all'inizio, non è un'opinione, ma i numeri necessitano di essere interpretati, lasciando al lettore la più ampia e libera valutazione sul loro effettivo significato. Un elemento di certezza, per contro, lo si può riscontrare ovunque, supportato dalle recenti notizie provenienti dalla gestione degli appalti e, conseguentemente, delle risorse pubbliche. La sopportazione delle persone oneste nel Bel Paese ha raggiunto il limite, se non è, addirittura, andata oltre. Per ora hanno preferito esprimere una preferenza per garantire una certa stabilità al sistema. Non è detto che faranno altrettanto nel prossimo futuro. E' sempre più necessario liberare la piazza da certi personaggi che albergano nel mondo della politica, altrimenti gli italiani faranno vedere loro le stelle. E non saranno solo cinque!
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 06-07/Giugno-Luglio 2014 con il titolo «La paura ha fatto "Ottanta"»

26 May 2014

"Ottanta" ... fame di spendere

Ci risiamo! "Tentar non nuoce" recita un famoso detto proverbiale, anche se in circostanze come questa, a rigor di logica, sarebbe più appropriato affermare: "Perseverare è diabolico!". Ed in vista di una gratifica economica in busta paga a fine mese, mai questa espressione filosofica si presta ad illustrare una situazione che sembra nascondere una verità che ha dell'incredibile. Errori in passato ne sono stati commessi tanti. Non serve elencarli, in quanto i risultati sono sotto gli occhi di tutti con una tale evidenza che non è necessario elaborare sofisticate dimostrazioni. E', pertanto, inammissibile rispolverare meccanismi di politica fiscale per perseguire finalità che, peraltro, si collocano in controtendenza rispetto all'obiettivo principale che si ha intenzione di realizzare. In uno scenario caratterizzato da una profonda recessione, dove i consumi rappresentano la variabile economica più colpita e sacrificata dai contribuenti, entra in scena un nuovo salvatore della Patria: lo "spesometro". Uno strumento tanto inutile quando dannoso, che spesso è evocato e usato per stanare coloro che appartengono alla famigerata "Casta degli evasori". Una categoria di Cittadini da sempre considerata la principale fonte di tutti i mali (economico/finanziari) del Bel Paese. L'iniziativa sarebbe di per sé lodevole se non fosse, da un lato, per alcuni elementi strutturali che caratterizzano il reddito delle famiglie italiane e, dall'altro, per la gratificazione che alcune di esse si apprestano a beneficiare a partire dal prossimo mese. Elargire un aumento retributivo per agevolare e stimolare la ripresa dei consumi sembra fare a pugni con lo "spesometro", che si prefigge (proprio tramite la mappatura della spesa del nucleo famigliare) di far emergere nuova base imponibile da assoggettare a tassazione. In altre parole, è come invitare il contribuente che ha appena festeggiato un riconoscimento salariale a spendere questo "bonus" ricevuto, per poi, attraverso la misurazione dei consumi, cercare di individuare se lo stesso può essere gravato da una imposizione fiscale maggiore. Se così fosse, l'incremento del netto in busta paga ritornerebbe presto al mittente per altra via. Il rischio, non calcolato, è che il consumatore potrebbe essere indotto a privilegiare acquisti "in nero" per non incorrere nei controlli del Fisco, vanificando a tutti gli effetti proprio ciò che lo "spesometro" si prefiggeva di realizzare, ossia contrastare l'evasione fiscale. Se si vuole aiutare la ripresa dei consumi occorre mettere a disposizione dei Cittadini un sistema coordinato di strumenti mirati a stimolare la domanda di beni e servizi che vanno tutti nella stessa direzione. Erogare un benefit per invogliare il contribuente a spenderlo per poi colpirlo proprio attraverso quella spesa equivarrebbe a lanciare una fune ad un condannato all'impiccagione. Certamente, potrebbe aiutarlo a saltare il fosso, sfuggendo al boia. Ovviamente dipenderà da chi sarà più abile e svelto a acchiappare la fune.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 04-05/Aprile-Maggio 2014 con il titolo «"Ottanta" ... fame di spendere»

17 May 2014

Elezioni: un altro mercato dei "limoni"? (seconda e ultima parte)

(segue)

Oggi chi pretende, senza alcuna umiltà, di essere in grado di assumersi le responsabilità connesse alla guida di un Paese parte dal presupposto che tutto ciò che è stato fatto in precedenza è sbagliato e, quindi, è necessario correre ai ripari. Poiché da un'analisi a 360° dello stato dell'arte emerge che i problemi non sono mai stati affrontati e risolti, ciò significa che in passato non è stato fatto proprio nulla. Questo comporta automaticamente che non essendo possibile porre rimedio al nulla, tutto ciò che ogni "Programma di Mandato" promette di fare corrisponde miseramente ad una gigantesca ed autentica presa in giro. Non è un caso se lo stesso Aristotele ("Politica", IV secolo B.C, e "Etica Nicomachea", IV secolo B.C.) si trovava perfettamente in sintonia con il poeta greco Agatone sul fatto che nemmeno Dio era in possesso di poteri divini in grado di modificare il passato. Da ciò, pertanto, discende la immediata dimostrazione che la "scelta ottimale" non alberga nemmeno in colui che, nascondendosi dietro facili promesse, crede di poter fare meglio di chi lo ha preceduto. Gli scettici (intesi come coloro che non vogliono capire) potrebbero giustamente obbiettare che questa è pura e semplice teoria filosofica, mentre la realtà dei fatti è profondamente differente perché, in fin dei conti, le scelte avvengono nel rispetto di regole democratiche. In democrazia, però, si tende con facilità a travisare i fatti: chi vince non ha il diritto di governare e chi perde il dovere di controllare. E' esattamente l'opposto! Ritornano, quindi, in campo i cosiddetti "interessi personali" che ruotano intorno alla decisione di avanzare la propria candidatura. Interessi il cui perseguimento non andrà nella direzione di assumere decisioni capaci di generare un miglioramento economico sociale (o di benessere collettivo), anche quando sono prese a maggioranza. L'economista indiano Amartya SEN ("Development as Freedom", 1999) illustra magistralmente questo principio, precisando che l'esistenza di una regola di maggioranza non è idonea nemmeno per iniziare ad affrontare un dibattito economico: «Consideriamo il caso di tre persone, dai nomi (di poca fantasia) di UNO, DUE e TRE, che debbano dividersi una torta, e supponiamo che ciascuna delle tre voglia massimizzare la propria fetta ... (omissis) ... Prendiamo adesso una divisione qualsiasi della torta tra tutte e tre le persone: possiamo sempre introdurre un "miglioramento per la maggioranza" togliendo ad una di loro (per esempio a UNO) una parte della sua fetta e dividendola fra le altre due (cioè tra DUE e TRE). Ora il "miglioramento" ci sarebbe, anche se la vittima di turno (vale a dire UNO) fosse la più povera delle tre. Anzi, possiamo sempre continuare a portare via alla persona più povera una parte della sua fetta e dividere il bottino fra e é non resta più niente da portare via alla povera UNO». Questo esempio rende perfettamente l'idea di quale catena di miglioramenti sociali sia possibile realizzare, ovviamente dal punto di vista della maggioranza! E se il potere maggioritario finisce in mano a chi persegue interessi privati, allora è facilmente prevedibile quale incremento di benessere collettivo si potrà conseguire. Anche Adam SMITH ("The Theory of Moral Sentiment", 1759, e "The Wealth of Nations", 1776), qualche secolo prima, aveva sostenuto che coloro che perseguono interessi privati, agiscono per il loro "naturale egoismo" e la loro "naturale rapacità", solo per soddisfare "vani e insaziabili desideri". Quindi, se neanche la presenza di un regime democratico è in grado di indirizzare verso una "scelta ottimale", quale altra strada può essere percorsa per individuarla? Un'alternativa potrebbe essere quella di non concentrare la propria opinione sul leader e nemmeno formulare giudizi sulla compagine che ne accompagna la candidatura. In altre parole, si potrebbe ragionare a ritroso, ponderando attentamente la qualità dei soggetti che pur potendo appartenere ad una lista ne sono stati esclusi o, per diverse ragioni, ne è stata preclusa l'appartenenza al gruppo. Nel 122 B.C. gli autori dello "Hui-nan Tzu" ponevano la questione in altri termini: «Se il regolo misuratore è vero, il legno sarà dritto, non perché facciamo particolari sforzi per renderlo tale, ma perché è ciò che da cui esso è "regolato" a renderlo tale. Allo stesso modo, se il governatore è sincero e retto, nel suo governo serviranno onesti ed i furfanti correranno a nascondersi, ma se il governatore non è retto gli uomini malvagi prevarranno e gli uomini fedeli si ritireranno in solitudine». In definitiva, la questione che l'elettore si trova di fronte è solo una: "Per chi votare?". Sulla base di tutte le osservazioni formulate in precedenza, emerge con lapalissiana evidenza come il mercato elettorale sia viziato da asimmetria informativa tra coloro (i candidati) che vendono un prodotto (il cosiddetto "Programma di Mandato") e coloro (gli elettori) che devono acquistarlo (attraverso il voto). Il funzionamento di questo mercato, con tutte le conseguenze che ne derivano, può essere assimilato a quello delle auto usate dove la qualità delle stesse è nota ai venditori, ma non ai compratori ed il rischio per questi ultimi è quello di acquistare veicoli di bassa qualità, che l'economista George AKERLOF ha definito "lemons", pagandoli a caro prezzo ("The Market for "Lemons": Quality Uncertainty and the Market Mechanism", 1970). Ci si deve, quindi, aspettare che le elezioni si traducano in un altro mercato dei "limoni"?.

(fine)

References:
- AA.VV., "Hui-nan Tzu", 122 B.C;
- George AKERLOF, "The Market for "Lemons": Quality Uncertainty and the Market Mechanism", 1970;
- Aristotele, "Etica Nicomachea", IV secolo B.C.;
- Aristotele, "Politica", IV secolo B.C.;
- Amartya SEN, "Development as Freedom", Oxford University Press, 1999;
- Adam SMITH, "The Wealth of Nations", 1776;
- Adam SMITH, "The Theory of Moral Sentiment", 1759.


AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 17 maggio 2014 con il titolo «Elezioni: un altro mercato dei "limoni"? (seconda e ultima parte)»

3 May 2014

Elezioni: un altro mercato dei "limoni"? (prima parte)

Ogni volta che un Cittadino è chiamato ad esprimere la personale preferenza in una consultazione politica, un dilemma aleggia misterioso intorno alla cabina elettorale. E' preferibile votare per il candidato “X” oppure orientare la propria scelta sul diretto concorrente? E' meglio sostenere il rappresentante di una lista data per vincente oppure contribuire a smentire i bookmaker agevolando il successo dell'outsider? E' auspicabile garantire il mantenimento dello status quo (che consentirà di perpetuare il lamento sullo stato dell'arte) oppure favorire un cambiamento radicale, preparandosi ad affrontare e sfruttare le opportunità derivanti? Tutti interrogativi legittimi, che richiedono una profonda meditazione per evitare di commettere l'errore per il quale pentirsi nello spazio di quell'istante che segue la proclamazione del vincitore. Come comportarsi, quindi, per evitare che ciò puntualmente si verifichi? In altre parole, quale strategia adottare per individuare, prima di esprimere il voto, la cosiddetta "scelta ottimale"? E' possibile elaborare una risposta sensata alle questioni poste in premessa? Per rispondere ai diversi interrogativi occorre armarsi di pazienza e seguire attentamente alcuni “consigli per gli acquisti”, che possono consentire di mettere sul piatto della bilancia le diverse opzioni, ponderando, successivamente, con tutti gli strumenti a disposizione, quale decisione ha un peso superiore alle altre. Coloro che credono (beati loro!) di aver già operato la scelta ottimale possono dedicarsi ad attività ludiche più interessanti piuttosto che sprecare tempo prezioso dilettandosi in questa lettura, che si propone l'obiettivo di mettere in discussione proprio ciò che per loro corrisponde a indiscutibile verità. In primis, è necessario condividere il pensiero di base che, ogni volta che si ha l'intenzione di esercitare il diritto/dovere di voto, lo scopo principale dovrebbe essere quello di assicurarsi che, dallo spoglio delle schede elettorali, esca il nome di una persona che sia capace di sviluppare "politiche pubbliche" idonee ad incrementare il benessere collettivo. In secundis, è opportuno fissare un altro paletto, entro il quale circoscrivere l'attuale riflessione. Per farlo si rende necessario mettere il lettore nelle condizioni di facilitare la comprensione di un fenomeno, fornendogli alcune precisazioni o meglio, come si usa dire in ambito scientifico, alcuni concetti validi “per definizione”. William N. DUNN definisce la "politica pubblica" come «la risposta ad un problema percepito come pubblico» ("Public Policy Analysis", 1981). Detto questo, è sufficiente guardarsi in giro per verificare autonomamente quanti problemi sono ancora in attesa di una soluzione. Questa evidenza è la dimostrazione di come le politiche pubbliche adottate fino a questo momento non possano qualificarsi come tali, lasciando presagire che le finalità delle decisioni prese in passato avevano altri scopi, che, ovviamente, non hanno influito sul miglioramento del benessere collettivo. La questione si sposta allora sul versante della percezione. I decisori pubblici che si apprestano a governare un Paese se hanno difficoltà a percepire un problema come pubblico, figuriamoci quella cui andranno incontro per individuarlo! La questione può essere superata, limitandosi a leggere i vari "Programmi di Mandato" per scoprire, con assoluta meraviglia o riconosciuta complicità, che di problemi pubblici da risolvere non vi è minimamente traccia. Spesso questi documenti si riducono a sterili elenchi di iniziative (magari anche lodevoli) le cui realizzazioni il più delle volte consistono nel togliersi qualche sfizio personale, senza contribuire ad incrementare il benessere della collettività. Allora, se il "Programma di Mandato" non si prefigge lo scopo di illustrare al Cittadino la strategia politica, rendendolo edotto dei bisogni pubblici che saranno soddisfatti, quale misteriosa finalità si propone di realizzare questo manifesto? La risposta è ovvia: dipende dagli interessi dell'individuo che si presenta come candidato, ovviamente nella versione tanto cara a Francesco GUICCIARDINI ("Ricordi politici morali", 1512). Infatti, se ad un aspirante leader è associabile un potenziale conflitto di interesse tra l'attività personale svolta e l'oggetto di una qualunque politica pubblica deliberabile, ecco che quella candidatura si presenta già viziata all'origine e, quindi, non può certamente configurarsi come la "scelta ottimale" da operare all'interno della cabina elettorale. E' sufficiente prendere atto di un celebre passo di Vilfredo PARETO per rendersi immediatamente conto delle potenziali conseguenze cui si rischia di andare incontro: «Se un provvedimento A sarà cagione della perdita di una lira ciascuno per mille uomini, e del guadagno di mille lire per un uomo solo, quest'uomo opererà con grande energia, quei mille uomini si difenderanno fiaccamente, onde è molto probabile che, infine, vincerà quell'uomo che, col provvedimento A, mira ad appropriarsi di mille lire» ("Manuale di Economia Politica", 1906). Su circostanze similari era intervenuto anche il Premio Nobel per l'economia Amartya SEN, mettendo in guardia come «nel mondo in cui viviamo, l'uso dell'influenza politica per conseguire un guadagno economico è un fenomeno quanto mai reale» ("Development as Freedom", 1999). Ed è proprio su questi temi di profonda attualità che oggi si gioca la battaglia per la conquista del potere, senza esclusione di colpi. Per queste ragioni (non sempre ovvie come in realtà lo sono) è sempre più necessario impegnarsi per cercare di elaborare una risposta ad una questione da tempo oggetto di vivace dibattito: "E' possibile cambiare il passato?". (continua)

References:
- William N. DUNN, "Public Policy Analysis", Prentice Hall, 1981;
- Francesco GUICCIARDINI, "Ricordi politici morali", 1512;
- Vilfredo PARETO, "Manuale di Economia Politica", 1906;
- Amartya SEN, "Development as Freedom", Oxford University Press, 1999.

AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 03 maggio 2014 con il titolo «Elezioni: un altro mercato dei "limoni"? (prima parte)»