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26 March 2014

Presi per il cuneo ... fiscale!

L'Italia non perde mai l'occasione per colpire i suoi ammiratori con effetti speciali. Dopo aver sopportato per quasi un anno una gestione della res publica improntata all'invisibilità, il Governo del “Decreto del Fare” è riuscito a mettere a segno il primo e unico successo politico: ha decretato le sue dimissioni! Ha poca rilevanza se la decisione maturata sia stata imposta o voluta da pressioni provenienti dall'esterno. Il risultato è quello che gli Italiani si sono trovati sotto gli occhi da un giorno all'altro. Non hanno nemmeno avuto il tempo di riposarsi sugli allori, assaporando l'agognato Eldorado frutto del “Decreto Salva Italia”, che come d'incanto gli sono state vomitate addosso fiumi di parole dal neo Governo del comunicare. Un'efficace azione mediatica ne ha accompagnato la diffusione, per consentire al processo di stordimento un'ampia copertura del territorio. L'anestesia comunicativa presto avrà effetto e nessun dolore sarà percepito nel momento in cui le nuove politiche economiche si introdurranno nel cuneo fiscale di ciascun contribuente, facendone emergere mirabolanti potenzialità, ma nascondendo le reali conseguenze. Se da un lato, la riduzione del cuneo fiscale potrà incidere positivamente sia sui lavoratori, che potranno disporre di un salario netto superiore da poter destinare alternativamente al consumo o al risparmio, sia sulle imprese, che potranno ridurre l'onere che grava, sotto forma di costo del lavoro, sui loro bilanci, dall'altro nessuno osa sbilanciarsi affermando apertamente in che modo il taglio in questione sarà praticato. Poiché il cuneo fiscale comprende non solo le imposte che gravano sulla retribuzione, ma anche i contributi previdenziali che sono trattenuti ai fini pensionistici, il rischio è quello che a rimetterci siano i lavoratori non nell'immediato, ma nel futuro, quando saranno collocati a riposo. Se è abbastanza ovvio che la riduzione delle aliquote di imposta sul reddito produca un incremento della retribuzione netta percepita dal dipendente, è altrettanto banale comprendere che, alla luce del fabbisogno statale, questa strada difficilmente potrà essere perseguita, se non a condizione di aumentare la tassazione su altri fronti. In definitiva, non rimane altro che mettere mano ai contributi previdenziali, la cui riduzione produce effetti benefici sia sul reddito netto percepito dal lavoratore, sia sul costo del lavoro a carico delle imprese. Agendo in questa direzione tutti possono essere contenti: da un lato, i lavoratori che disporranno di uno stipendio netto superiore, dall'altro, le imprese che vedranno ridotto il costo del lavoro. Ma poi? Cosa succederà quando il lavoratore sarà prossimo alla pensione, sapendo che la stessa sarà calcolata con il metodo contributivo? Ai posteri l'ardua sentenza. Oggi, si può solo affermare che l'Italia ha deciso di voltare pagina, per scoprire che girandola è rimasta da leggere l'ultima frase: “The end!”.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 02/Febbraio 2014 con il titolo «Presi per il cuneo ... fiscale!»

4 March 2014

The Origin of Globalization

Are the effects of 2007’s economic crisis more catastrophic than those produced by the 1930’s Great Depression? The persisting economic crisis seems to have an ancient origin or, better, more than one father. So, it is pretty hard to compare those two phenomena because they are similar only nominally and different under multiple points of view. In particular, in 1930’s, the scenario was deeply another one, the size of the crisis affected a restricted number of countries (especially the United States and European nations) and the recession arose from the industrial sector. It is for the aforementioned reasons that maybe today people prefer talking about the global crisis and not simply about the economic crisis. In Western countries, the thirties scenario came after the First World War and a “relatively” short period of expansion, while today, in the industrialized world, the context ensues from a period of about sixty years of peace, during which developed countries were able to exploit various opportunities coming from a gradual economic integration and contemporaneously building the foundations of the current crisis. Nevertheless, the issue seems to have only one loser: the industrialized world, which, for decades, improved, more or less, their welfare. In the world of today, developed countries are still struggling to way out from recession, whereas least developed economies are managing a faster growth. Hence, does it make sense of talking about global crisis yet? Generally, people tend to consider a phenomenon as negative only when it occurs in Western countries. The United States and Europe are heavily affected by negative economic growth, so public opinion argues about the economic crisis. In contrast, China and India, which are also the most populated nations, are performing high rates of growth. Hence, within these two countries the global crisis does not exist or, in the worst case, it is a weaker growth than the previous. But, this is clearly growth and not crisis! Developed countries started going into crisis since 1990’s, when the Cold War finished, the Soviet Union collapsed and the process of “westernization” of East European countries began. That was a first step towards the “Europeanization” of economy or, in other words, a sort of globalization on a European scale. But, can we state that the Cold War’s end, spawning new economic opportunities, determined the globalization process? According to David Charles LEWIS and Karl MOORE (Globalization and the Cold War: the Communist Dimension”, Management & Organizational History, Vol. 5, n° 1, 2010), globalization existed before the Cold War ended and had two targets. The former pursued by Western countries and it was market oriented. The latter chased by Communist countries and it was collectivism oriented. So, it is clear that after the Cold War ended there was only a sole way of interpreting this phenomenon and the fall of Communism was only a mean to accelerate liberalization processes, openness to trade and, consequently, globalization. However, maybe, a big push to globalization was laid ten years before, in 1980, thanks to so called “reaganomics”, that is the economic policies by Reagan, based on economic development driven by supply and not by aggregate demand as required by Keynesian economic theories.
AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° 01/Gennaio 2014 con il titolo «The Origin of Globalization»

29 January 2014

La produttività dei miracoli

Parlare di produttività del lavoro in Italia è sempre stato un tabù. Non appena si pronuncia questa parola magica, scattano immediatamente rivendicazioni sindacali tali da indurre i promotori dell’argomento ad innescare rapidamente la retromarcia su qualsiasi proposta orientata in questa direzione. La crisi economica, che ormai si trascina da qualche anno e non lascia intravvedere all’orizzonte una definitiva via d’uscita, non permette di incrementare ulteriormente sia il costo del lavoro, sia quello legato ad ulteriori investimenti. Si rischierebbe il collasso del sistema produttivo su sé stesso e la fine di qualsiasi pretesa non solo salariale, ma anche occupazionale. L’Italia si sta lentamente incamminando dentro un circolo vizioso dal quale poi sarà difficile venirne fuori se non con politiche/strategie al limite della sopportazione. Occorre già ora mettere in moto meccanismi correttivi capaci di produrre quella “grande spinta” in grado di riportare il Paese lungo il cammino della crescita economica. I benefici occupazionali e salariali seguiranno automaticamente a ruota. Deve essere chiaro sin dall’inizio della discussione che non è dall’aumento delle retribuzioni o dalla riduzione della disoccupazione che si genera una maggiore produttività. E' proprio l’esatto contrario. Occorre, tuttavia, avere la pazienza di attendere che i benefici siano capitalizzati prima di agire sul secondo fronte. Purtroppo, oggi, non si vuole più aspettare. Chi è preposto alla difesa dei lavoratori pretende “tutto e subito” e non è disposto a valutare costruttivamente altre potenziali alternative. Se non si metteranno in discussione questi comportamenti organizzativi, presto ci si dovrà rendere conto che a farne le spese saranno solo i lavoratori, che dovranno miseramente accettare “niente e mai”. E' necessario prendere coscienza che aumentare il rendimento del lavoro significa solamente incrementare la produzione di “olio di gomito”, senza poter avere nell’immediato alcuna contropartita, ma solo la consapevolezza che ciò rappresenta un proficuo investimento per la crescita economica ed il miglioramento delle dinamiche occupazionali e salariali. E' da questa prospettiva che si deve affrontare il problema e non attraverso obsolete miopie strategiche che nel tempo non hanno mai prodotto alcun risultato, se non quello di aver peggiorato situazioni pregresse. Non si può demolire un qualcosa che non esiste. Per poter distruggere, nel senso di assorbire/consumare/redistribuire, la ricchezza occorre prima di tutto edificare le premesse per una sua perpetua creazione nel tempo. In alternativa, si dovrà tristemente prendere atto che si sta progressivamente distruggendo, in questo caso nel vero senso della parola, quelle poche risorse che ancora sono rimaste.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 10-11/Ottobre-Novembre 2013 con il titolo «La produttività dei miracoli»

22 November 2012

Chi teme la globalizzazione?

Il fenomeno della globalizzazione, come ha mirabilmente definito Sergio GREA («Dentro l’impresa del duemila», Franco Angeli, 1998), porta ad una apparente contraddizione: «Il mondo si è rimpicciolito ed i mercati si sono allargati». Tuttavia, è sufficiente guardarsi intorno per scoprire con assoluta meraviglia che, in realtà, non c’è alcuna inconciliabilità perché ogni scambio, soprattutto quello delle informazioni, richiede l’istantanea durata di un semplice click. Questa situazione non può certamente considerarsi un elemento negativo, poiché i mercati più lontani sono diventati accessibili a chiunque alla stregua di quelli ubicati dietro l’angolo. Ragionare in ottica feedforward e non più con accentuata miopia strategica consente di adeguare la propria abilità, capacità, competenza, conoscenza, esperienza e professionalità in tempo reale. In altri termini, ciò significa prosperare o, nella peggiore delle ipotesi, sopravvivere. Al contrario, non riuscire o non sforzarsi di capire quello che accade intorno, trascurandone volutamente i segnali, significa la fine o, comunque, la crisi. In alter parole, chi è in grado di pensare all’impensabile vince! Dove si colloca allora il problema? La questione non è incentrata su chi teme l'effetto della globalizzazione, ma chi, al contrario, non desidera in nessun caso confrontarsi con gli altri. Occorre liberararsi di quella classe dirigente arcaica ed obsoleta, che per paura di soccombere di fronte al progresso, impedisce alle idee in possesso dei talenti di manifestarsi liberamente. Oggi la globalizzazione dei mercati ha cambiato il mondo del lavoro. In un recente passato, le persone ritenevano normale (al pari di un diritto inviolabile) trascorrere l’intera vita lavorativa presso il medesimo datore di lavoro, spesso localizzato nelle vicinanze della propria residenza. E’ ormai un dato di fatto (che piaccia o meno) come il passare da un’Organizzazione ad un’altra consente all’individuo di arricchirsi di nuove esperienze, che gli consentono non solo di accrescere la propria professionalità, ma di potersi confrontare con diverse prospettive di carriera. La mobilità delle risorse umane non solo rappresenta la realtà, ma è diventata una vera e propria esigenza. Non è più ammissibile pensare di vivere sugli allori o sulle rendite di posizione, ma occorre considerarsi perennemente in viaggio verso nuove e migliori opportunità. Nulla vieta di manifestare la preferenza di trascorrere l’intero ciclo di vita lavorativa in un contesto asfittico, privo di cambiamenti, dove regna sovrano l’immobilismo assoluto, mettendo in preventivo la rassegnazione, ossia senza pretendere nulla di meglio di ciò che passa il convento. Il mondo gira sempre più veloce ed in futuro lo sarà ancora di più. Solo chi, con spirito camaleontico, saprà adattarsi ai nuovi scenari, cogliendo al volo il treno della prosperità, sarà in grado di garantirsi un posto privilegiato in prima fila e configurarsi come risorsa umana degna e meritevole di appartenere al contesto della forza lavoro occupata.
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato su: Il Nuovo Picchio11/Novembre 2012 con il titolo «Chi teme la globalizzazione?»

7 November 2012

Over the economy

Today, a new adventure begins. As the title says, this experience wants to take the reader over the economy. It is an hard work, which wants to involve people inside the theories and, meanwhile, invite persons to develop a personal opinion about the topic. In fact, we are not going to talk only about economy. We are going to study other social problems. Nowadays, these questions are influencing the economic situation of a country and both the Institutions and the Citizens, too. As all social sciences, the economy elaborates thoughts and realizes models, with which affect the individual behaviour. Because of this it is possible to verify whether the theory is right or if the effects are different. This is the main question of the economy. At the same time, this is the winning hand of a science which always has to discuss about inputs and also their mix in an unstable contexts where the variables change everyday than in the past. So, a border drawn by an economic model, today it should be revised because the lifestyle is changed and it is not always predictable and reasonable. This situation shows that a magic formula does not exist to solve all problems. As Gianfranco FINI wrote in his book called "L'Italia che vorrei", the economic crisis is a real example and «everybody, including most important economists, have to work hard, revising rules and key points that, until yesterday, looked like right». About fifty years ago, Paul VALERY said: «The trouble of our times is that the future is not as in the past». For the reasons above mentioned, the challenge wants a better future than the past. All the mistakes can help us to prevent them and understanding the others way of thinking. Otherwise, we have to accept to take the risk of precluding the possibility of a cultural growth, respecting the Rabindranath TAGORE's thought: «If you close the door to all errors, even the truth will stay out».
AuthorEmanuele COSTA
Published byIl Nuovo Picchio n° 3/Dicembre 2011 with the title «Oltre l'economia»

24 October 2012

Verso una società fondata sull'ignoranza

Da un paio di mesi fioccano sui social forum gli inviti a partecipare a gruppi che inneggiano ad isolare la Cina e, quindi, a boicottarla non acquistando i prodotti provenienti dal quel paese asiatico. Ma davvero la Cina va considerata la madre della crisi economica? O, forse, dovremmo indagare a fondo sul perché le nostre imprese preferiscono localizzare la produzione in estremo oriente? In altre parole, la diatriba dovrebbe aggiustare la mira, spostandola dal consumo finale di prodotti al processo di produzione. Infatti, è sufficientemente chiaro che quando un'impresa decide strategicamente di delocalizzare la produzione all'estero, lo fa per il semplice motivo che i costi da sostenere sono sensibilmente inferiori. Operando in tal senso potrà riuscire a sopravvivere nella giungla concorrenziale, anziché fallire miseramente, soffocata dalla miriade di cavilli burocratici imposti all'imprenditoria. Il problema, in altri termini, dovrebbe focalizzarsi sui prezzi dei prodotti nazionali "made in China" venduti in Italia. Se la loro produzione avviene a costi decisamente ridotti, altrettanto "stracciati" dovrebbero essere i prezzi di vendita. E' difficile, in un contesto simile, comprendere le ragioni di chi si lamenta che le tasse imposte dal Governo sono troppo alte, ma non adotta lo stesso comportamento quando deve giudicare quelle imposte dal Settore privato (ossia i prezzi). Su questo aspetto c'è una differenza sulla quale occorre riflettere. Infatti, mentre le tasse servono anche per mantenere in vita uno stato sociale che tutela i più bisognosi, i prezzi servono solamente per assicurare un egoistico profitto agli imprenditori. Ciò non vuole assolutamente significare che una impresa privata non abbia il sacrosanto diritto di conseguire un guadagno dallo svolgimento della sua attività. Esiste, però, una sostanziale differenza tra "profitto" e "speculazione", specie se condotta a scapito di coloro che non possono intervenire nel processo decisionale o sono costretti solo ed esclusivamente a sopportarne le conseguenze. Alla luce di questa riflessione, la Cina non solo attira su di sé un ingente volume di investimenti stranieri. Inoltre, mentre il paese asiatico agisce, legittimamente, per tutelare i propri interessi, l'Italia sta passivamente ad aspettare l'arrivo di tempi migliori. Tuttavia, il benessere nazionale non è una manna proveniente dall'alto dei cieli, ma il risultato di sacrifici fatti di duro studio e lavoro. Se il nostro Paese non riesce a esportare i propri prodotti, come può pretendere di venderli sul mercato locale? Forse, scendendo nel profondo della questione, è possibile individuare una ragione. Analizzando la situazione del paese asiatico, è facile accorgersi come sia presente in tutto il mondo non solo dal punto di vista produttivo, ma anche sotto il profilo dell'acquisizione di abilità, conoscenza ed esperienza. I migliori siti universitari pullulano di studenti con gli occhi a mandorla affamati di sapere ed apprendere. In altri termini, sono consapevoli che il futuro apparterrà a coloro che credono nella diversità culturale e solo con la conoscenza si potrà garantire un benessere migliore. Guardando in casa nostra, è facile individuare come l'andazzo generale dei giovani sia improntato al menefreghismo più radicale, fatto di passeggiate ripetitive di pomeriggio nei vicoli oppure di soste permanenti davanti ad un pub, con il bicchiere in una mano e la sigaretta nell'altra, a gareggiare su chi esprime la banalità più assurda, piuttosto che trascorrere il tempo libero sui libri di scuola per assicurarsi un lavoro ed una prospettiva migliore. Se questa è la fotografia dell'Italia, viene da domandarsi: è veramente tutta colpa della Cina?
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 10/Ottobre 2012 con il titolo «Verso la società dell'ignoranza»

18 September 2012

Goodbye Italy!

Che sensazione si prova quando si decide di lasciare il proprio Paese? Un interrogativo al quale è arduo fornire una risposta esaustiva o impulsiva. Infatti, ogni essere umano percepisce, nel proprio intimo, un sentimento differente da quello di un altro. Spesso, quando il pensiero si orienta in quella direzione, un brivido indescrivibile attraversa il corpo, in un mix di ansia ed eccitazione. Si matura lentamente la consapevolezza di abbandonare affetti, amicizie, esperienze e ricordi di una vita passata. Si lascia alle spalle un Paese allo sbando, depredato di tutte le sue ricchezze da una classe dirigente che, soprattutto negli anni più recenti, ha manifestato una completa incapacità di investire nel futuro collettivo, attratta (o volutamente distratta) da altri interessi più profittevoli. Chi oggi decide di partire dal Bel Paese lo fa con uno spirito meno avvolto dalla tristezza rispetto a qualche anno fa. L'inesorabile trascorrere del tempo ha consentito di maturare una convinzione: ovunque si rivolga lo sguardo non si dovrà lottare contro una burocrazia che soffoca la libera iniziativa e, soprattutto, la meritocrazia, con l'obiettivo di preservare all’infinito rendite di posizione. Dovunque si vada non occorrerà combattere contro meccanismi arruginiti che necessitano di lubrificante ogni volta che si desidera muovere gli ingranaggi. Chi oggi si volta indietro riesce a scorgere solo un sistema economico manovrato da cariatidi della politica e da lobbies che non hanno intenzione di comprendere che è giunta l'ora di farsi definitivamente da parte. Occorre depurare definitivamente quella società nella quale la loro presenza è solo di intralcio a coloro che, guardando avanti, riescono a scorgere ancora una flebile luce in fondo al tunnel. Peccato che, attualmente, mano a mano che l'uscita si avvicina, anziché ampliare la prospettiva di una visione migliore, rischia di oscurarsi sempre di più. Viene allora da chiedersi che senso abbia investire energie in un Paese che non ha la volontà di allargare l’orizzonte perché ciò che conta è il campanile di appartenenza o, peggio ancora, l’orticello di casa propria. Oltre l’Italia c’è un’immensa prateria di giovani che hanno fame di apprendere, di crescere, di migliorare e di osservare, sotto una differente angolazione, i benefici che derivano dalle diversità culturali, uscendo dalla quotidianità di un andazzo opportunistico. Oggi, se un giovane pensa ad un futuro in Italia ha difficoltà a riconoscersi in quel Bel Paese ricco di prospettive. Può solo tradurre correttamente in realtà l’incipit di una poesia di Pablo NERUDA: «Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce». Se questà è l’Italia che si sta costruendo per affrontare il futuro, allora siamo proprio nella giusta direzione indicata dal poeta sudamericano.
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato su: Il Nuovo Picchio9/Settembre 2012 con il titolo «Goodbye Italy, quando si deve lasciare il proprio paese»

6 September 2012

Generazione senza speranza


Recentemente l'ISTAT ha pubblicato il Dossier "Noi Italia". Un documento che, attraverso un abile intreccio tra una sequenza di lettere per formare le parole ed un formicaio di numeri tradotti in percentuale, dà un senso compiuto alla situazione economico/sociale del Paese. Nella Sezione "Mercato del lavoro", un dato emerge con prepotenza: la situazione allarmante e, allo stesso tempo, preoccupante del malessere che circonda le legittime aspirazioni di quel mondo di giovani che si collocano in un range di età compreso tra i 15 ed i 24 anni, ossia quello che si configura come la "generazione del futuro". Nel 2009 il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato al 25,4% (in crescita dal 21,3% registrato nel 2008) a fronte di una media europea del 19,8%. In altre parole, circa un quarto dei ragazzi non riesce a realizzare le proprie aspettative di entrare a pieno titolo nel mondo del lavoro. Per sottilineare la drammaticità del dato, quella che è stata definita come la "generazione del futuro" rischia di convertirsi in una "generazione senza speranza". Alla luce di queste informazioni statistiche, un interrogativo tarda ancora a trovare una risposta: "A cosa serve studiare se poi la realtà non offre alcuna prospettiva?". Nel giugno del 1851 Friedrich ENGELS scriveva a Joseph Arnold von WEYDEMEYER«Se uno non studia sistematicamente, non arriverà mai a nessun risultato». Anche se il contesto cui si riferiva l'enunciazione del principio era tutt'altro, il suo significato rende, con maggiore incisività, l'idea intorno alla quale si confrontano le giovani generazioni di oggi e di domani. In una società priva di valori è facile perdere la bussola della ragione, intesa come comportamento razionale improntato alla costruzione del proprio futuro. Oggi appare ancora più evidente il senso di smarrimento che un giovane incontra di fronte ad un dilemma esistenziale, che si rispecchia nella forma interrogativa del postulato elaborato da Friedrich ENGELS oltre un secolo fa. Infatti, molti potrebbero, a ragione, contestarne l'assioma, prendendo tristemente atto che, in una società incapace di riconoscere i valori, è vero l'esatto contrario. Così sono molteplici coloro che, presi dallo sconforto, si domandano a cosa possa servire studiare sistematicamente se poi, alla luce dei fatti, non si riesce a raggiungere alcun traguardo, perché quelle abilità alle quali la società di oggi riconosce un valore, si identificano in altre qualità, che nulla hanno a che fare con il merito.
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato su: www.actadiurna.it il 18 febbraio 2011 con il titolo «Generazione senza speranza»

2 August 2012

Politica monetaria espansiva: giù la maschera!

Come volevasi dimostrare, non è iniettando liquidità sul mercato che automaticamente si genera la crescita economica, anche perché quella massa monetaria, generosamente elargita al sistema creditizio, è servita solo ed esclusivamente a mettere in sicurezza le banche sotto il profilo della solvibilità. Infatti, di quella immensa torta di moneta, al sistema produttivo non è arrivata una briciola. Se, al contrario, fosse giunto qualcosa, allora sarebbe sufficiente guardarsi intorno per appurare che non ha indotto alcun beneficio. Quindi, c’è da chiedersi: siamo sicuri che la BCE (Banca Centrale Europea) è intervenuta sul mercato inondando di liquidità il sistema economico? Oppure, si è trattato di un fuoco di paglia, ossia di una operazione mascherata da altre finalità? Sono solo esempi, ma servono per far riflettere, il sostegno alle quotazioni dei titoli del debito pubblico è stato immediatamente sterilizzato per evitare degenerazioni inflazionistiche. Non solo! Ci sono altri effetti sottesi a quella operazione che anziché provocare benefici, nel lungo periodo rischiano di aggravare ulteriormente la situazione in cui versa il sistema economico. In primo luogo, gli interessi sul debito sovrano non sono più riversati sul mercato (per il tramite dei soggetti che li detenevano: banche, imprese, cittadini), ma incamerati nei forzieri dell’Istituto Centrale Europeo che ora li ha in portafoglio, con conseguente assorbimento di risorse dal mercato. In alternativa, per cercare di tamponare questo inconveniente, la BCE potrebbe decidere di ricollocare sul mercato (attraverso la loro vendita) i bond acquistati durante il periodo in cui erano forti le tensioni indotte dalla speculazione finanziaria internazionale. In questa circostanza, lo scenario apparirebbe ancora più grave del precedente, poiché, oltre ad incassare gli interessi nel frattempo maturati, realizzerebbe cospicue plusvalenze, grazie a quotazioni ben più favorevoli rispetto a quelle esistenti all’epoca degli acquisti. Il risultato finale sarebbe quello di drenare un’ingente massa monetaria, aggravando la respirazione di un mercato ormai asfittico. Infine, come ultima opzione (o, meglio, ultima spiaggia) l’Istituto guidato da Mario DRAGHI potrebbe allungare i tempi dell’agonia per effetto della politica monetaria messa in campo, lasciando giungere a naturale scadenza il portafoglio costituito dai titoli del debito sovrano. In quel contesto, lo stock del debito pubblico sarebbe rimborsato dagli Stati sovrani alla pari, con conseguente realizzazione di un ingente surplus derivante dalla differenza fra i corsi dei titoli al momento del loro acquisto (notevolmente al di sotto del loro valore nominale) e quello di rimborso (pari, appunto, al loro valore facciale). A conti fatti, sembrerebbe che la politica monetaria messa in campo dalla BCE sia stata restrittiva, mascherata da espansiva, con il rischio di portare il mercato verso un’ulteriore contrazione della domanda aggregata accompagnata, questa volta a ragion veduta, da un regime inflazionistico più elevato.
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato su: Il Nuovo Picchio7/8 Luglio/Agosto 2012 con il titolo «Politica monetaria espansiva: giù la maschera!»

24 July 2012

Perché non lasciare che sia il mercato ad assegnare il rating al debito sovrano?


La tripla “A” assegnata ad uno stock di debito sovrano consente, allo Stato emittente, di prendere a prestito denaro a basso costo. È necessario, tuttavia, sfatare un tabù, per cercare di comprenderne al meglio il significato. Quel giudizio dovrebbe rispecchiare il grado di affidabilità e stabilità dei governi che emettono certificati rappresentativi del debito pubblico. Tuttavia, quel coefficiente di valutazione è frutto sempre e comunque di un’opinione tecnica, ma soggettiva, ed è un’indicazione relativa e non assoluta. Infatti, se le Agenzie di rating, che sono i soggetti deputati ad assegnare, secondo una propria scala di valori, un giudizio ai titoli del debito sovrano, procedessero con un downgrade di tutti i paesi, la situazione che si andrebbe a configurare non cambierebbe la sostanza dei fatti. In altre parole, quei paesi che ora occupano il vertice della classifica con la tripla “A”, continuerebbero a trovarsi in posizione di primato rispetto agli altri, pur avendo un rating più basso. La conseguenza rimarrebbe immutata, perché quei governi continuerebbero ad ottenere finanziamenti ad un costo più a buon mercato rispetto agli altri. Ciò si verifica perché il giudizio sul livello di solvibilità di un governo non è lasciato in balia degli umori del mercato, che, attraverso il meccanismo dell’incontro tra la domanda e l’offerta determina sia la quotazione di un titolo, sia il tasso di interesse implicito, ma ad un giudizio che, anche se derivante da analisi, studi e ricerche sui fondamentali di ogni Paese, resta pur sempre soggettivo ed affidato al sentimento del valutatore. Per ovviare a potenziali distorsioni interpretative e dipanare tutte le polemiche, oltre alle varie inchieste aperte da organismi di vigilanza (Consob) o giudiziari che ruotano intorno alla veridicità dei giudizi espressi dalle Agenzie di rating, può essere opportuno studiare un nuovo metodo, più automatico e meno soggettivo, di valutazione. La proposta è quella di affiancare il coefficiente di affidabilità ad una scala di valori dinamica, con range pari ad un quarto di punto percentuale, variabile quotidianamente (e non periodicamente). Al vertice si andrebbero a collocare sempre i paesi che offrono, per i propri titoli, il rendimento meno elevato (qualunque esso sia). In questo modo, ad essi verrebbe assegnato il coefficiente massimo di valutazione (equivalente all’attuale tripla “A”) e a cascata seguirebbero tutti gli altri. Il rendimento cui si sta facendo riferimento non è quello esplicito che costituisce la base per il calcolo delle cedole, ma quello implicito che scaturisce dalla quotazione del titolo sul mercato. Operando in questa direzione, il giudizio sull’affidabilità di un governo sarebbe demandato al mercato, che, fino a prova contraria, è sempre meno soggettivo di quello formulato dalle tre sorelle (Fitch, Moody’s e Standard & Poor’s), in quanto derivante da numerose operazioni di scambio tra miriadi di operatori che investono direttamente nei titoli del debito sovrano. Il giudizio sull’affidabilità di un titolo andrebbe incontro ad oscillazioni quotidiane e verificato all’istante perché l’informazione sarebbe fruibile in tempo reale da tutti gli operatori sul mercato e non demandato a comunicati stampa emessi a sorpresa. In questo modo, si potrebbero avere due certezze: la prima, una maggiore stabilità nelle quotazioni, perché il coefficiente di affidabilità sarebbe automaticamente determinato da milioni di soggetti che investono direttamente in quei titoli, manifestando la personale fiducia nel governo che li emette; la seconda è che si eviterebbe di formulare valutazioni estrapolandole da analisi soggettive, che diventerebbero così inutili e inoffensive, essendo potenzialmente influenzabili da centri di potere. La critica che potrebbe essere mossa ad una simile proposta è che il mercato si muove in maniera irrazionale, perché il suo comportamento è il risultato di ciò che percepiscono gli investitori che in esso operano. Le valutazioni soggettive, invece, sono più razionali, perché frutto di analisi complesse ed elaborate, che prendono in considerazione più fattori. Nel mercato, però, si assiste in continuazione all’incontro tra la domanda e l’offerta, che porta sempre all’individuazione di un prezzo di equilibrio, che è accettato dalle parti in causa come il migliore in quel momento. Quindi, in un contesto di forte instabilità quale dei due comportamenti appare il più credibile? Quello che risulta dagli scambi che avvengono sul mercato e che riflettono la fiducia degli investitori o quello adottato dalle Agenzie di rating che fondano le proprie analisi su dati storici e prospettici? La partita rimane aperta, perché l’unica certezza in questo momento è quella che tra irrazionalità e razionalità non c’è alcuna differenza!
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato su: Il Futurista dell'08 agosto 2011 con il titolo «Perché non lasciare che sia il mercato ad assegnare il rating al debito?»

21 May 2012

Quale futuro ci attende?

Il mese appena concluso ha visto all'ordine del giorno due importanti quanto accese discussioni. La prima, sul fronte pensionistico; la seconda, legata al mercato del lavoro. Si tratta di argomenti scottanti, mai affrontati con la ruspa in tempi così ravvicinati e parallelamente. Gli obiettivi dichiarati sono quelli di mettere in ordine i conti pubblici intervenendo sulla spesa previdenziale e di dare fiato al mercato del lavoro rilanciando gli investimenti produttivi e facilitando la ripresa economica. Sotto un altro punto di vista, entrambi i provvedimenti sembrano guardarsi allo specchio evidenziando elementi antitetici. Il primo mira a ritardare l'uscita dal mercato del lavoro allungando la vita lavorativa o, sotto un'altra prospettiva, posticipando l'erogazione della pensione; l'altro sembra proporne un'accelerazione, per effetto dei cosiddetti licenziamenti facili ampliandone la casistica di fattibilità. Chi fra sostenitori e oppositori degli strumenti di proposta governativa abbia ragione è difficile dirlo. Nessuno predilige cambiamenti, anche se necessari, prima che qualcun altro ne abbia già sperimentato - con successo - le conseguenze. E' naturale che occorrerà del tempo per poterne verificare gli effetti, sia positivi che negativi, e, una volta manifestati, nessuno potrà garantirne la sostenibilità nel lungo periodo se non iniettati all'interno di uno scenario economico perennemente in evoluzione. Certo è che se si è stati costretti a calcare la mano in maniera così tranciante rispetto al passato è proprio in questo contesto storico che occorre scavare per fare emergere le cause (o le colpe) di comportamenti irresponsabili. La storia ha più volte messo in evidenza come la condotta dei politici si sia indirizzata preferibilmente ad acquisire consenso elettorale piuttosto che a salvaguardare l'interesse generale. Le due riforme strutturali sono sicuramente oggetto di miglioramento, ma solo se valutate costruttivamente all'interno di un sistema complesso di relazioni sociali e non individuali. Pertanto, al di là dei contenuti condivisibili o meno del loro dettato, è fuori luogo la polemica concepita e abortita, ma sempre pronta a rinascere dalle ceneri, sul fatto che l'attuale compagine governativa abbia, al contrario dei partiti politici, un forte consenso. Restano, infatti, aperti alcuni interrogativi che considerati autonomamente rischiano di far crollare il castello di carte sul quale poggia il favore dell'opinione pubblica o, alternativamente, la contestazione. L'unica cosa certa e triste che si osserva è il perpetuarsi di comportamenti egoistici ed opportunistici della casta politica. Non è forse giunta l'ora che si faccia da parte, lasciando il campo a chi, per la prima volta, sta pensando a tutti, con un occhio di riguardo alle generazioni future?
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato su: Il Nuovo Picchio4/Aprile 2012 con il titolo «Quale futuro ci attende?»

10 May 2012

Pensioni e giovani: quale strategia per il futuro?

Non passa giorno senza che i media nazionali e stranieri sottolineino con enfasi lo stato di salute in cui versano le finanze pubbliche del Bel Paese. Ogni occasione in cui si parla dell'Italia sembra essere quella giusta per approfondire la questione e discutere animatamente da che parte (e con che forza) sia meglio "tirare la coperta", consapevoli che, se non si è capaci di farne mutare la lunghezza, il rischio che si corre è quello di rendere vulnerabili situazioni che in precedenza avevano la certezza di contare su un'adeguata protezione. In questi giorni, peraltro, il governo si sta cimentando con l'arte di tappare i buchi di un bilancio che è eternamente alla ricerca affannata di quel principio costituzionale del pareggio, sempre rispettato a priori e mai realizzato ex post. Diverse sono le ipotesi che si prospettano per uscire definitivamente dal tunnel dello squilibrio di bilancio. Una delle alternative possibili per consentire una spesa pubblica maggiore non è quella di aumentare le entrate e nemmeno quella di ridurre gli sprechi, orientando i risparmi in altre direzioni. La filosofia cui si ispirano alcune architetture contabili è quella che consente di aumentare la spesa attuale finanziandola con le economie di spesa future provenienti da riforme strutturali, il cui impatto potrà essere verificato, appunto, in prospettiva. Una di queste, sempre in primo piano da anni, è quella che investe il sistema pensionistico. Senza scendere nel merito della opportunità o meno di una simile riforma, che, in un contesto come quello che caratterizza lo scenario attuale, rischia di aggravare ulteriormente la situazione economica di molti individui, è importante evidenziare a caratteri cubitali in cosa consiste la novità. Incrementare la spesa pubblica di oggi finanziandola con risparmi di spesa futura ottenibili da riforme strutturali non convince, perché non consiste nella risposta adeguata sia alla cronica situazione delle finanze pubbliche, sia alle aspettative della società, con particolare riferimento a quella più giovane. In altre parole, anziché sforzarsi per trovare strategie diverse, capaci di generare maggiori risorse in futuro, si preferisce, molto più ragionieristicamente, spendere già oggi ciò che sarà disponibile domani. Un bell'esempio di altruismo da parte di una classe politica impegnata ad individuare soluzioni destinate a difendere personali rendite di posizione (elettorali comprese), senza la minima preoccupazione di quanto e se avanzerà qualcosa per le future generazioni. A questi giovani c'è almeno qualcuno che si è preoccupato di dirglielo?
Autore: Emanuele COSTA
Pubbicato su: Il Futurista del 24 agosto 2011 con il titolo «Pensioni e giovani: qualcuno ha una strategia per il futuro?»

23 April 2012

Politica monetaria espansiva: genesi dei problemi?

La teoria macroeconomica consolidata ha trasmesso, nel corso degli anni, la profonda convinzione che un aumento quantitativo della massa monetaria in circolazione generi automaticamente un innalzamento del tasso di inflazione. L'incremento dei prezzi, a sua volta, produce un effetto "dannoso" sulla dimensione reale della moneta poiché si traduce in una riduzione del potere di acquisto dei consumatori. Per i Paesi aderenti alla moneta unica europea, la leva della politica monetaria non è più in mano ad ogni singola Banca Centrale, ma è manovrata da un solo organismo sovranazionale decisore di matrice comunitaria, la Banca Centrale Europea (BCE), che con strumenti di azione diversificati impatta più o meno direttamente sul mercato delle attività finanziarie. E' sufficiente richiamare alla memoria la storia recente, dal momento in cui il comportamento adottato dall'Istituto governato da Mario DRAGHI si è orientato verso la progressiva apertura dei rubinetti del credito, inondando di liquidità le diverse economie nazionali sovrane. Questo "fenomeno alluvionale" di natura monetaria trova alimentazione da due differenti fonti: innanzitutto quella che nasce da operazioni di mercato aperto, l'altra che sorge dall'allentamento dei flussi che sgorgano dalla diga creditizia. Il primo modello interventista, iniziato nell'agosto del 2011, ha interessato l'acquisto sul mercato secondario dei titoli del debito pubblico di quei Paesi membri investiti da un'onda di piena speculativa senza precedenti. Il rischio - calcolato - che al fenomeno in questione potesse affiancarsi quello connesso ad un più generale panic selling con effetti destabilizzanti incalcolabili, ha indotto la BCE ad agire sulla leva della politica monetaria. In altre parole, era necessario ma non sufficiente, evitare che gli effetti depressivi sulle quotazioni dei titoli del debito sovrano di uno stato membro si propagassero a quei paesi con i conti pubblici in ordine, minandone alla base gli indici di solvibilità finanziaria del loro stock di bond governativi in circolazione ed in corso di emissione. La BCE ha iniziato, così, a tessere una ragnatela per intrappolare all'interno dell'eurozona quegli Stati che, se lasciati liberi di volare durante il tornado speculativo in atto, avrebbero potuto essere spazzati via, mettendo a repentaglio sia le radici storiche, economiche, sociali e politiche che hanno portato faticosamente alla costruzione della casa comune europea, sia, in ultima analisi, la stessa sopravvivenza dell'Istituto Centrale Europeo, che avrebbe perso le ragioni della sua esistenza, con il rischio di essere declassato a semplice organismo di indirizzo e/o consultivo. Quindi, lo strumento della politica monetaria espansiva si configura come la soluzione dei problemi oppure, più acriticamente, come la genesi degli stessi?
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato su: Il Nuovo Picchio3/Marzo 2012 con il titolo «Politica monetaria espansiva: genesi dei problemi?»

10 April 2012

Serve un nuovo Patto di Stabilità e Crescita

Ad Aquisgrana, in occasione della consegna del premio "Charlemagne 2011" all'attuale governatore della Banca Centrale Europea [all'epoca dell'articolo era Jean-Claude TRICHET - nda] il presidente della Commissione europea, José Manuel BARROSO, ha sottolineato che l'indebolimento del Patto di Stabilità e Crescita equivale ad «una mancanza di solidarietà verso il progetto europeo e verso le nuove generazioni». Ormai sono più di dieci anni che si parla di Patto di Stabilità. In questo lasso di tempo, anziché apportare degli accorgimenti alle politiche economiche in modo da avvicinare o centrare gli obiettivi originariamente prefissati, sono state spesso modificate le regole del gioco. Operando in questa direzione, il cambiamento dei parametri e meccanismi di calcolo, a politiche economiche immutate, ha consentito all'obiettivo di andare incontro alle aspettative e non viceversa. A distanza di tempo, questa distorsione nel modus operandi ha fatto sorgere alcuni interrogativi, alla luce dei risultati disattesi. Infatti, se si è reso necessario ed opportuno ritoccare le regole del Patto di Stabilità e Crescita in corso d'opera, allora o non erano stati sufficientemente approfonditi i benefici che il suo rispetto avrebbe consentito di concretizzare, oppure le politiche economiche portate avanti con pervicace convinzione in tutti questi anni non sono state capaci di realizzare né la stabilità dei conti pubblici (viste le recenti crisi che hanno investito i debiti sovrani di alcuni Stati membri dell'Unione europea), né uno sviluppo economico (alla luce di miserabili tassi di crescita del Prodotto Interno Lordo). A cosa sono servite allora le politiche incentrate prevalentemente sul rigore del bilancio pubblico se poi queste non hanno mai incontrato limiti invalicabili? A cosa sono serviti i vari provvedimenti volti ad incentivare la crescita e lo sviluppo se poi oggi ci si ritrova con un esercito di disoccupati numericamente maggiore rispetto a prima? Forse sono maturi i tempi per una profonda riflessione sulla validità del Patto o sui meccanismi ai quali si è ispirato e che non hanno funzionato. In alternativa, si eviti di fare retorica, affermando di pensare alle generazioni future, continuando a sperimentare politiche economiche i cui effetti sono determinati dal manovrare una leva (economica, politica, sociale) collegata con il nulla.
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato su: Il Futurista del 25 luglio 2011 con il titolo «L'Unione Europea pensi a un nuovo Patto di stabilità e crescita»

29 March 2012

La dismissione del patrimonio pubblico è la vera salvezza?

Per uscire dall'impasse sulla dimensione del debito pubblico, che ormai si è attestato intorno al 160 per cento del prodotto interno lordo, la Grecia, dopo un lungo braccio di ferro con le istituzioni europee, si è trovata costretta a mettere sul piatto un piano ambizioso di privatizzazioni la cui entità monetaria si avvicina alla cifra di trecento miliardi di euro. In Italia la questione sulla dismissione del patrimonio pubblico è sempre allo studio, in perenne fase embrionale, pronta ad essere partorita qualora la situazione passi da un livello critico ad uno insostenibile. Ma le privatizzazioni costituiscono a tutti gli effetti la giusta soluzione per uscire da un vicolo cieco? Un dilemma sul quale si dibatte da anni e che non ha ancora trovato un'ampia condivisione, piuttosto che una soluzione definitiva. Questo non solo perché dalla vendita del patrimonio pubblico si tamponerebbe l'emergenza una sola volta, configurandosi come l'ultima spiaggia, ma anche perché una volta messo sul mercato per fare cassa, allo Stato non rimarrebbe, in futuro, altra fonte di entrata che quella derivante dalla manovra della leva fiscale. E poi, per quale motivo cedere il patrimonio pubblico frutto di acquisti operati in passato con risorse prelevate alla collettività? Non sarebbe allora da sollevare la questione di legittimità sulla circostanza che una parte dell'incasso derivante dall'operazione di smobilizzo spetti, sotto forma di rimborso, ai cittadini? Quest'ultimo è un interrogativo sul quale occorre riflettere, aprendo un'articolata discussione pubblica, perché quando si parla di "patrimonio pubblico" significa che la proprietà appartiene a tutti ed i governanti di turno ne dispongono solamente, avendo l'obbligo di custodirlo e di farlo fruttare a dovere come un qualsiasi investimento produttivo. Si è poi sicuri che una volta incassato il "malloppo" il problema che era alla base della vendita sia risolto definitivamente? La risposta non può essere affermativa, anche perché l'acquisto del patrimonio pubblico potrebbe avvenire anche con risorse che per anni sono sfuggite al controllo del fisco. In questo modo, lo Stato subirebbe un duplice danno: incasserebbe risorse derivanti da "rendite fiscali" e si troverebbe al contempo privato del suo patrimonio. Un risultato a somma zero!
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato su: Il Futurista del 30 agosto 2011 con il titolo «La dismissione del patrimonio pubblico è la vera salvezza?»

16 March 2012

Imposte per lo sviluppo

Ma è proprio vero che le tasse producono un effetto recessivo? Sembrerebbe di sì visto che esiste una corrente di pensiero ampiamente condivisa che predica appunto questo assunto. In realtà vanno fatte alcune osservazioni. E' fuor di dubbio che il prelievo forzoso sul reddito del contribuente, qualunque ne sia la provenienza (investimento, patrimonio, profitto, rendita, risparmio, salario) genera un effetto spiazzamento poiché sottrae al mercato risorse che, altrimenti, potrebbero essere indirizzate al finanziamento del settore privato, dando fiato ad un sistema economico agonizzante. Non tutti, però, sono concordi nel sostenere la teoria secondo la quale ogni forma di imposizione fiscale ha effetti debilitanti sui coefficienti di crescita. Le motivazioni si insinuano nel semplice fatto che un'economia possa svilupparsi grazie all'intervento - congiunto o meno - sia del privato sia di quello pubblico e non solamente del primo. La diatriba ci dovrebbe, quindi, indurre a non formulare una risposta immediata al quesito iniziale, ma a porsene un altro: qual è la destinazione del gettito tributario? Infatti, è proprio da un'indagine approfondita sull'utilizzo delle entrate pubbliche che potrebbe emergere una considerazione differente da quella che, da sempre, caratterizza l'originaria filosofia. Se le risorse sottratte al mercato attraverso le imposte trovassero collocazione in investimenti pubblici produttivi devoti alle regole concorrenziali, allora lo stesso si configura come alternativo a quello privato (spiazzandolo o integrandolo). La duplice conseguenza sarà quella di accrescere la ricchezza collettiva in termini sia di maggiore occupazione, sia di ulteriori risorse da destinare al benessere sociale e non solo quella individuale dell'imprenditore e soci in affari. Se, al contrario, il gettito fosse impiegato per finanziare spese improduttive, come quelle per la politica, allora è condivisibile l'idea che attraverso la tassazione si rischia di deprimere l'economia, spingendola in recessione. In questa ipotesi, il gettito serve esclusivamente per arricchire gli eletti e la corte degli accoliti con effetti minimi o nulli sulla crescita economica e conseguente impoverimento della società. Non si può demonizzare il ruolo dello stato quando, per finanziare il suo mantenimento, allunga la mano per drenare risorse dai cittadini/imprese e cantarne le lodi quando, al contrario, la tende per erogare benefici di qualsiasi natura. In entrambi i casi, l'intervento pubblico ha un costo e, prima o poi, qualcuno dovrà farsene carico. Se non si accetta il principio del "dare per avere" da parte dell'erario, allora qualsiasi sistema economico è destinato a dover fare i conti con un impianto tributario funzionante a senso unico, con effetti distorsivi in termini di ridistribuzione della ricchezza perché imperniato, per definizione, su basi inique. Occorre usare il gettito per restituire risorse al sistema economico, in modo che, non trovando impieghi alternativi alla sottoscrizione del debito pubblico, possa orientarsi verso altre soluzioni idonee a dare maggiore impulso alla crescita.
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato su: Il Nuovo Picchio2/Febbraio 2012 con il titolo «Imposte, pro o contro lo sviluppo?»

6 March 2012

Quale alternativa al PIL per misurare il benessere di un paese?

«Sono fermamente convinto di una cosa: non cambieremo il nostro comportamento se non cambiamo il modo in cui misuriamo la nostra performance economica». Con questa affermazione Nicolas SARKOZY introduce la prefazione al libro “La misura sbagliata delle nostre vite” di Joseph E. STIGLITZ, Amartya SEN e Jean-Paul FITOUSSI, il cui obiettivo è quello di individuare una variabile alternativa al PIL (Prodotto Interno Lordo) per valutare, come recita il sottotitolo, “benessere e progresso sociale”. Quindi, è il comportamento degli individui che deve modificarsi, adattandosi passivamente alle regole imposte o dettate dai modelli economici, politici e sociali oppure sono questi ultimi che, sulla base dei comportamenti individuali devono conformarsi ad essi? Un dilemma che lascia aperta la porta ad un ampio dibattito pubblico, perché differenti sono gli scenari che si possono inquadrare qualora prevalga un’opinione piuttosto che un’altra. Una cosa, tuttavia, pare certa: occorre abbandonare con convinzione il fatto che il comportamento degli individui sia caratterizzato da “razionalità”. Un’ipotesi che potrà essere presa in considerazione a due condizioni. La prima è quella che si propone come propedeutica alla elaborazione di un modello di analisi che, per costruzione, dovrà necessariamente ipotizzare che gli individui, nell’operare le proprie scelte, perseguono l’obiettivo della massimizzazione della personale utilità. Questa, tuttavia, non sempre è quella che si configura come ottimale. Infatti, al soggetto decisore manca spesso la facoltà (o la possibilità) di valutare, con tutta tranquillità, quale scelta gli consente di apportare il maggior beneficio/vantaggio al proprio benessere nel momento in cui prende una decisione. Entra, così, in gioco la seconda variabile del problema: la conoscenza. Gli individui, generalmente, prendono le decisioni sulla base di preferenze che non coincidono, in termini di utilità, con le esigenze da soddisfare. Queste, in un mercato in cui beni e/o servizi differenziati sono in grado di soddisfare bisogni personali, le preferenze possono essere riviste e riformulate solo se gli individui sono a conoscenza delle conseguenze positive e negative che ogni decisione alternativa comporta. E’ nell’ambito di questa cornice che gli studi dovranno concentrarsi per elaborare un modello economico la cui finalità sia quella di individuare gli strumenti più idonei per raggiungere quel punto di equilibrio nel quale il benessere sociale raggiunge il suo apice.
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato su: Il Futurista del 24 ottobre 2011 con il titolo «C'è solo il PIL per misurare il benessere di un Paese?»

23 February 2012

Crescita dei consumi o finanziamento del debito pubblico?

Il 2011 è visto da molti osservatori come l’anno nel quale la ripresa economica manifesterà i suoi effetti. Forse perché la tendenza di ogni crisi è quella di invertire la rotta dopo qualche anno di congiuntura sfavorevole. Il primo mese, però, è già trascorso e una luce in fondo al tunnel non è ancora percepibile ad occhio nudo. L’aumento dei consumi, indicatore dello sviluppo, non fa registrare ancora sintomi di miglioramento, rappresentando un segnale inequivocabile che i comportamenti dei consumatori si sono modificati. La conferma arriva da una recente indagine, che ha messo in evidenza la debolezza del reddito disponibilie, scendendo rispetto all’anno precedente. Una inversione di marcia che la memoria storica rimanda a quindici anni fa! Il dato allarmante è che l’incidenza riduttiva è superiore alla media nelle regioni del Nord Italia, da sempre considerate la locomotiva dello crescita. Alla luce di queste premesse, un interrogativo rimane ancora senza risposta. Come aspettarsi un aumento dei consumi se il reddito disponibile ha raggiunto lo stallo e rischia di precipitare? Scendendo nel profondo dell’analisi, qualche contraddizione si trova nello stesso sistema economico nazionale. Capita spesso, infatti, di leggere retribuzioni milionarie erogate a individui che occupano posizioni di rilievo nel Paese. Così di fronte ad una maggioranza di Cittadini costretta a tirare la cinghia per arrivare a fine mese, risparmiando sui generi alimentari o tenuta in ostaggio dalle rate di mutuo, esiste una minoranza di persone che, al contrario riesce a tesaurizzare ingenti capitali che, alla luce dell’evidente stato dei fatti, non sono investiti per accendere il motore della ripresa. La realtà mette così di fronte a due fattispecie distinte di una medesima questione:
a) da un lato, una maggioranza di persone che non dispone di risorse per incrementare i consumi, con un reddito disponibile (in calo), drenato dalla soddisfazione dei bisogni primari o dal rimborso delle rate di mutuo;
b) dall’altro, una minoranza di soggetti che dispone di ingenti risorse che non si ribalta né sui consumi personali (la cui soddisfazione è ormai satura), né sugli investimenti produttivi che non hanno prospettiva di rendimento.
Poiché gli investimenti produttivi non registrano tassi di crescita, complice la stagnazione dei consumi, è ipotizzabile che questo surplus di reddito in mani a pochi sia indirizzato al finanziamento dell’ingente stock di debito pubblico, la cui crescita, al contrario, non ha mai conosciuto la parola “crisi”. Quindi, è questa la fonte di risparmio interno che garantisce la sottoscrizione delle nuove emissioni di titoli sovrani? Se così fosse, allora non ci sarebbe alcun dubbio sul fatto che dovranno passare ancora molti anni affinché il reddito della maggior parte degli Italiani possa tornare a crescere. Infatti, una politica dei redditi espansiva rappresenterebbe una seria minaccia alla stabilità economica interna, perché se questo maggior reddito fosse dirottato sui consumi, allora si renderà necessario reperire altrove le risorse per finanziare gli investimenti produttivi che contribuiscono alla crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL). Se queste risorse da destinare allo sviluppo fossero sottratte al finanziamento del debito pubblico, allora il rischio di un default sarebbe sicuramente più elevato di quello attuale. Siamo entrati in un circolo “vizioso” (e non virtuoso) particolamente delicato dove una politica dei redditi espansiva, oltre a generare spinte inflazionistiche, anziché generare un benessere migliore nei Cittadini, potrebbe portare al fallimento dell’intero sistema economico, facendolo collassare su sé stesso. Se non si agisce con opportuna oculatezza per uscire da questa impasse, la scossa all’economia alzerebbe il rischio di provocare un black out.
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato su: Fare Futuro Web Magazine del 23 febbraio 2011 con il titolo «Per evitare il rischio black out, tuteliamo gli investimenti produttivi»

11 February 2012

Il dilemma della tassazione

Esiste una errata opinione in merito al concetto di imposizione fiscale. In altre parole, si tende ad associare il significato di “maggiori tasse” a quello di “maggiore equità”, per sottolineare che l’effetto diametralmente opposto, ossia quello imperniato su un minor carico tributario, corre il rischio di accentuare il fenomeno della diseguaglianza. Se si fonda la propria convinzione su questo abbinamento della politica fiscale, è comprensibile che per deduzione si pervenga alla conclusione appena descritta. Infatti, l’enunciato ha una sua derivazione logica poiché nasce dalla ipotesi posta all'origine del suo concepimento. Partendo, appunto, da uno scenario nel quale la diseguaglianza derivi da un preesistente regime fiscale, è opinione diffusa che solo attraverso un intervento mirato a ricalibrarne (in senso incrementale) l'architettura impositiva possa correggere le distorsioni presenti nel sistema economico. In altri termini, anziché estirpare il problema alla radice, perfezionandone i presupposti, è preferibile orientare la decisione di governo verso scelte di second best, ossia situazioni ritenute comunque ottimali, ma nelle quali non tutto ciò che si desidera si può avverare. In pratica, la tesi che persegue questa strada poggia sul fatto che, essendo impossibile eliminare definitivamente la diseguaglianza, solo una maggiore tassazione è in grado di apportare miglioramenti, facendo convergere il sistema economico verso un contesto improntato a maggiore equità. L’alternativa di ridisegnare un impianto fiscale caratterizzato da aliquote impositive inferiori non è mai oggetto di considerazione, perché è ferma la convinzione che l'equivalenza descritta in apertura trova analoga corrispondenza se al termine "maggiore" fosse sostituito il suo opposto. Poiché l'oggetto del contendere è quello relativo al perseguimento dell'obiettivo di una maggiore equità e non quello inerente la riduzione della diseguaglianza, è naturale che per ottenere il risultato atteso sia più facile agire sull'incremento della pressione tributaria. Operare in direzione opposta significherebbe addentrarsi in un ginepraio dagli esiti poco scontati, perché mettere in discussione pratiche consolidate dalla prassi comporta sempre un dispendio di energie superiori ai benefici immaginati. Continuando ad assumere decisioni pubbliche nel rispetto di questa perversa filosofia di pensiero, il rischio è quello di accentuare le iniquità esistenti. Infatti, se il target della maggiore equità si propone di colpire sempre i "soliti noti", ossia quella porzione di popolazione che rispecchia la maggioranza nel rapporto individuato dalla Legge di Pareto, a maggior ragione si può affermare che la ripartizione della ricchezza non segue un andamento probabilistico, ma è influenzato da fattori ambientali. In altri termini, la distribuzione del reddito non dipende dalle abilità dell'uomo qualunque, ma dalle decisioni dell'uomo di governo, che possono generare ulteriori ingiustizie dilatando il fenomeno della diseguaglianza.
Autore: Emanuele COSTA
Pubblicato su: Il Nuovo Picchio1/Gennaio 2012 con il titolo «Il dilemma della tassazione»