10 August 2013

Tassa che ti passa

Nelle ultime settimane si è assistito, con crescente intensità, alle più svariate e colorite diatribe innescate dall'applicazione di un tributo: la famigerata TARES, acronimo di TAssa Rifiuti E Servizi. Un balzello piombato al rallenty sugli Enti Locali e automaticamente scaricato a velocità supersonica sul destinatario finale: il Cittadino. Un ulteriore tributo legiferato a livello centrale in barba a quel principio di autonomia finanziaria della Autonomie Locali mai completamente realizzato e sempre più orientato a sostenere quello imperniato sulla finanza derivata. In questo modo, l'hobby dello "scarica barile" ha potuto perpetuare la sua esistenza e costituisce, da sempre, un ottimo paravento per quei Governi che, per evitare di dover essere sanzionati dai propri elettori, ribaltano sulla periferia amministrativa la responsabilità delle decisioni di aumentare la pressione tributaria. La "patata bollente" è così passata nelle mani delle Amministrazioni Locali che non sono state capaci di fare altro che dare attuazione, sic et simpliciter, alla norma. Sarebbe stato troppo difficile e faticoso studiare soluzioni alternative in grado di limitare l'oppressione fiscale sui contribuenti. Un comportamento organizzativo orientato in questa direzione avrebbe richiesto di "scomodare" i responsabili, invitandoli ad investigare sui centri di costo ed analizzare ogni singola voce spesa nel profondo. Infatti, la "pericolosità" di una simile azione avrebbe potuto fare emergere oneri non solo inutili e superflui, per evitarne in futuro la loro ridondante ripetizione, ma anche non imputabili direttamente ai costi di erogazione di un servizio per il quale la legge richiede l'integrale copertura. Se un'indagine così prospettata fosse stata messa in pratica, avrebbe imposto un insieme articolato e complesso di operazioni con un potenziale unico beneficiario finale: il Cittadino. Tuttavia, questo maniacale interesse verso il contribuente avrebbe potuto rompere equilibri interni, perché sarebbe stato necessario mettere in moto ingranaggi arrugginiti dalla prassi, con il rischio di ingrippare tutta l'impalcatura burocratica che poggia solidamente sulle fondamenta della disorganizzazione generalizzata. Pertanto, il rischio calcolato sarebbe stato quello di mandare in stallo l'intera attività amministrativa, creando l'alibi per accusare gli Amministratori di indebita ingerenza nella gestione. Peccato, che questa forma di invadenza è, invece, sempre ben accetta quando si tratta di demandare la responsabilità di competenza a terzi, attraverso deliberazioni politiche su fatti gestionali. Ed è proprio grazie a questo modus operandi che a farne le spese è sempre lui: il Cittadino. Un personaggio che, nel pensiero politico, si materializza come oggetto del desiderio più sfrenato solo quando gli si deve "umilmente" chiedere di aprire il portafoglio. In questa circostanza, senza ombra di dubbio, tutte le abilità, capacità e competenze riescono ad emergere come d'incanto, perché è di vitale importanza riuscire ad individuare nuove e moderne tecniche comunicative per potersi prendere gioco del contribuente ed offendere la sua intelligenza. Diventa così necessario ingegnarsi per cercare di confonderlo con acrobatici giri di parole in prospettiva di lubrificarlo per bene prima di penetrare a fondo nelle sue tasche. Se poi a questo divertimento perverso vogliono essere della partita altre componenti del panorama politico, che risvegliati dal prurito della primavera elettorale escono magicamente dal loro letargo, allora le tecniche di adescamento di gruppo rischiano di cadere in allucinanti e volgari promesse destinate a rimanere sterili manifesti propagandistici. Rimane solo da augurarsi che coloro che un domani saranno chiamati a decidere le sorti del loro futuro non cadano in questo abile tranello tessuto da menti machiavelliche. Occorre prendere coscienza che il Cittadino merita rispetto e non vuole più essere l'ingrediente principale per la preparazione di un banchetto di cui non ne ha mai assaporato i benefici, ma vuole sedersi direttamente al tavolo perché, a pensarci bene, è l'unica persona titolata a nutrirsi di ciò che ha contribuito a cucinare.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 10 agosto 2013 con il titolo «Tassa che ti passa»

27 July 2013

Se io fossi ...

Il countdown ha iniziato a scandire lentamente il suo inesorabile ticchettio e nessuno sa cosa accadrà dopo l'estate. Lo si percepisce sotto diversi aspetti, più meno evidenti. Solamente chi, con quella cattiva abitudine consolidata dalla prassi, preferisce instancabilmente guardarsi intorno con i paraocchi potrà sentirsi libero di affermare, con profonda convinzione, di non essersi accorto di nulla. Peccato che le conseguenze prodotte da chi è solito orientare il proprio atteggiamento in questa direzione siano "sotto" gli occhi di tutti e non "di fianco". Quindi, la scusa dei paraocchi non ha più alcuna giustificazione per reggere di fronte ad una lapalissiana realtà dei fatti. Oggi lo scenario presenta peculiarità considerevolmente mutate rispetto a qualche anno fa. Tuttavia, il merito non deve erroneamente essere attribuito a qualche sparuta opera pubblica, se così la si vuole chiamare. Quest'ultima, soprattutto in prospettiva di una competizione elettorale, è prevalentemente realizzata per colpire "con effetti speciali" quei Cittadini, che, da un lato, sono emotivamente impressionabili con qualcosa di "straordinario" e, dall'altro, sono tristemente ignari che l'effetto "ordinario" di questa scelta si ribalta sotto forma di interessi da pagare sul mutuo contratto per finanziarla. Quindi, alla resa dei conti, ad essere colpiti "con abili strategie" sono solo i loro portafogli. Sin dalle prime schermaglie che precederanno la dialettica elettorale, i Cittadini dovranno rimanere permanentemente vigili e sobri, senza farsi ubriacare da un dolce elisir di attenzione nei confronti dei loro problemi, che rischia poi, dopo l'apertura delle urne, di essere abilmente sostituito con un amaro olio di ricino, attento non ai bisogni collettivi, ma alle tasche del contribuente. Su questo fronte gli esempi si sprecano e sarà bene tenerli perennemente in vita per evitare che la memoria li releghi, al momento del voto, nel dimenticatoio. Infatti, se da un lato, il gioco preferito dal politico è quello dello "scarica barile" per evitare di essere accusato di scarsa modestia se mettesse in mostra le proprie abilità nel saper individuare soluzioni alternative o innovative (a titolo di esempio, il riferimento può essere associato alla "TARES"), dall'altro, questa verginità non trova riscontro quando l'applicazione di una maggiore tassazione è demandata ad una pura e semplice facoltà (e non derivante da un obbligo imposto da decreti o governi) di infliggere una tassazione (in questa circostanza, a titolo di esempio, il riferimento è, invece, alla "addizionale IRPEF"). Ben vengano, quindi, quei personaggi invisi ai centri di potere perché, essendo liberi da qualsiasi guinzaglio politico, possono esporre pubblicamente e con onestà intellettuale comportamenti poco trasparenti o non opportuni nella gestione della res publica. Oggi, chiunque sia eletto alla guida di una collettività dovrebbe essere onorato, durante una discussione sulla pubblica piazza, di essere "mandato a quel paese" da parte di un Cittadino, perché forse il suo attivismo o lassismo lo ha portato a meritarsi quell'epiteto o, in alternativa, non è stato in grado di creare le premesse per evitarlo. La reazione, però, non dovrebbe risiedere nell'adire le vie legali, in quanto servirebbe solo a mettere in evidenza un manifesto segno di debolezza. Occorrerebbe agire sulla propria filosofia di pensiero o sui personali comportamenti organizzativi per cercare di comprendere le ragioni che hanno spinto quell'appartenente alla sua Comunità a proferire tali parole e, fatto ancora più grave, sottovalutato, ignorato o non ascoltato le sue motivazioni. Oggi, chiunque sia premiato dagli elettori a condurre un paese dovrebbe vantarsi di "avere tra i piedi" individui che la pensano diversamente, perché è solo dall'incontro e dallo scontro di opinioni diverse che possono nascere soluzioni condivise. Oggi, chiunque risulti vincitore di una campagna elettorale deve prendere coscienza che il mondo è cambiato ed i problemi non si risolvono con l'uso (o l'abuso) di potere, ma con la consapevolezza che ogni forma di diversità culturale rappresenta un punto di forza, ossia un vantaggio competitivo per la crescita e lo sviluppo di una comunità sempre più eterogenea. Oggi, chiunque abbia l'onere di governare un paese deve saper parlare una lingua universale e non rivolgersi al pubblico facendo uso di uno sterile ed arcaico dialetto comprensibile a pochi ed ascoltato da nessuno. Oggi, chiunque si ritrovi al vertice di un paese, deve iniziare a ragionare a piramide rovesciata, consapevole che è su lui che andranno a ricadere tutte le conseguenze delle decisioni assunte ed è solo alimentando la fiducia nei Cittadini che sarà ancora possibile garantire loro l'esistenza di un futuro migliore.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 27 luglio 2013 con il titolo «Se io fossi ...»

18 July 2013

Il controllo budgetario come strumento di valutazione delle prestazioni

Da quando il legislatore ha emanato i primi provvedimenti normativi in materia contabile, nonostante sia già trascorso oltre un decennio, i risultati raggiunti nella direzione di una migliore allocazione delle risorse finanziarie pubbliche tardano a concretizzarsi. Ancora oggi, la produzione parlamentare disciplinante regole e comportamenti dell’attività degli Enti Locali continua a contenere elementi fortemente innovativi, che non trovano, sul fronte opposto, piena attuazione a causa delle resistenze che ogni volta si scatenano sotto forma di barriera al cambiamento. L’obiettivo delle disposizioni che hanno fatto seguito al Decreto Legislativo n° 77/1995 «Ordinamento finanziario e contabile degli Enti Locali», pioniere in materia, era quello di dar vita ad un processo irreversibile di radicale mutamento nella filosofia gestionale degli Enti Pubblici. In altre parole, se una trasformazione doveva esserci, questa avrebbe dovuto essere drastica e non graduale, in quanto «fare ciò che si faceva ieri, o farlo il 5% meglio, non è più una formula per il successo» (John KOTTER: «A force for change: how leadership differs from manager» - Free Press - 1990). Il nuovo modo di concepire l’amministrazione della “cosa pubblica” ha impattato con la scarsa propensione al change management incorporata negli Amministratori/Dirigenti degli Enti Locali, che hanno concentrato l’attenzione sulle cose non essenziali, agito ai margini, accentuato l’esistente ed eliminato il radicale. In altre parole, hanno fanno credere di essersi adoperati per il cambiamento per lasciare il sistema organizzativo uguale a prima. Infatti, anziché cavalcare l’onda innovativa che si andava sviluppando, hanno reagito come struzzi, isolandosi dall’ambiente circostante per rimanere ancorati a schemi giurassici collaudati. Non è facile addentrarsi nei particolari per cercare di capire quali forze entrano in competizione tra loro di fronte al cambiamento, orientando il modo di agire delle persone verso l’esaltazione, a parole, dei processi innovativi, ma ostacolandoli, di fatto, in tutte le loro forme di manifestazione. Una spiegazione non esaustiva al fenomeno può leggersi nella testimonianza che, in occasione di un intervento sul tema della ristrutturazione aziendale, fece Robert HOOD, manager della DOUGLAS AIRCRAF COMPANY. Egli osservò che: «All’interno dell’azienda, esistono dei personaggi, alcuni manager dello strato intermedio che - a causa del maggiore spostamento di autorità e responsabilità verso i livelli inferiori - pensano di perdere le loro posizioni e continuano ad opporsi». Aveva compreso che di fronte ad un contesto ambientale in continua evoluzione, il cambiamento organizzativo non era altro che la reazione naturale di fronte ad una minaccia o opportunità. Le leggi sono sempre state interpretate in senso restrittivo, mettendo in risalto divieti e ricercando vincoli, anziché cogliere quelle elasticità che, pur essendo presenti nell’intenzione del legislatore, sono sistematicamente occultate in sede applicativa senza alcuna logica. Spesso all’interno della struttura organizzativa pubblica, nel momento in cui si tenta di affrontare un procedimento con spinte verso la semplificazione amministrativa, il vertice burocratico interviene tempestivamente con una reazione seccata, che si nasconde dietro l’affermazione: «La legge non lo prevede». Si tratta di un esempio in negativo rientrante in quella casistica di eventi che l’Amministrazione Pubblica ostacola immediatamente per tamponare il sorgere di potenziali problemi legati indirettamente alla erogazione di servizi all’utenza finale. L’atteggiamento di chiusura mentale di fronte ad innovazioni procedimentali non può continuamente essere tollerato accettando risposte che nascondono, dietro la sterile motivazione illustrata, l’incapacità decisionale di coloro che dispongono del potere per risolvere i problemi degli utenti finali, garantendo la soddisfazione ai loro bisogni. Il fatto stesso che la norma non contempli una determinata fattispecie o una particolare modalità di gestione di una problematica, non vuole assolutamente significare che la stessa possa essere affrontata e risolta con strumenti non disciplinati dal legislatore. Anzi, l’obiettivo del dettato giuridico non è quello di stimolare l’Amministrazione Pubblica a reagire per trovare il modo di osteggiarne i principi attuativi, ma quello di agire per il perseguimento di interessi generali, tracciando, da un lato, linee guida comportamentali e, dall’altro, lasciando ampia libertà di movimento all’interno del confine disegnato dalla direttiva. La disciplina contabile, sin dalla metà degli anni Novanta, ha voluto premere sull’acceleratore per accorciare in breve tempo la distanza esistente tra il modello di gestione dell’Ente Pubblico e quello dell’azienda privata. La finalità era quella di impedire la continua dispersione di risorse pubbliche per effetto di una loro gestione incontrollata, disorganizzata e improvvisata, capace solamente di generare attività improduttive di benefici tangibili per coloro che sono chiamati a finanziare l’Ente Pubblico: i Cittadini. Sono stati individuati strumenti alternativi con i quali poter realizzare un’allocazione mirata delle risorse a disposizione, eliminando sprechi ed inefficienze per migliorare l’offerta di servizi e il grado di soddisfazione dei bisogni. In questo contesto, si è inserito il Piano Esecutivo di Gestione (PEG) con il quale, una volta definiti gli obiettivi e le dotazioni a disposizione, si individua un soggetto al quale affidare la responsabilità del loro raggiungimento. Il Piano Esecutivo di Gestione non deve essere confuso con il Bilancio Preventivo, dal quale trova giustificazione della sua coerenza di contenuto esclusivamente in termini finanziari. Pur non essendo previsto da alcuna norma, ciò che manca nell’Ente Locale è uno strumento che rappresenti il collante tra il documento finanziario di previsione e quello deputato a definire gli obiettivi da raggiungere con le risorse a disposizione. Infatti, il Bilancio Preventivo ed il Piano Esecutivo di Gestione dovrebbero costituire l’essenza dell’attività di programmazione nell’Ente Locale, mentre col tempo l’attenzione dedicata alla loro preparazione e verifica è andata scemando. Oggi, nella maggior parte degli Enti Locali, si assiste allo svolgimento di una triste attività ripetitiva, che concentra energie mentali sulla combinazione dei comandi “copia” e “incolla” ai file dell’esercizio precedente, indipendentemente da come si sono sviluppate le precedenti gestioni. Ciò che è assente è un insieme coordinato di attività che nel settore privato si traducono nel controllo budgetario, con le quali in via preventiva si potrebbe verificare la fattibilità degli obiettivi da decifrare nell’apposito documento, controllare l’andamento durante la gestione e determinare, al termine dell’esercizio, la modalità del loro raggiungimento. Nel Piano Esecutivo di Gestione gli obiettivi sono spesso la risultante di una grezza estrapolazione dalle risorse stanziate nel documento di previsione, senza alcun collegamento logico con le dotazioni strumentali e umane disponibili, con le esigenze dell’Ente o, peggio ancora, con i bisogni da soddisfare. La natura del loro conseguimento è completamente distorta ed interpretata a piacimento solo per giustificare l’erogazione di un’indennità di risultato o altre forme di incentivi monetari ai responsabili. Si dimentica, o per opportunità si tralascia, che un target va analizzato considerando non solo il grado di raggiungimento rispetto a quanto definito in sede di programmazione, ma soprattutto le modalità con le quali è stato perseguito. Purtroppo, nella realtà accade spesso che gli obiettivi dell’Amministrazione Pubblica si considerano realizzati quando i procedimenti amministrativi si sono esauriti, senza ponderare gli effetti che vanno ad incidere sulla sfera giuridica dei soggetti interessati. Operando in questa direzione, senza opportuni meccanismi di controllo a supporto delle decisioni, ulteriori risorse saranno depauperate a vantaggio di quei pochi intimi ai quali è riconosciuta una responsabilità di risultato, mentre all’esterno dell’Ente Locale i problemi continuano a rimanere irrisolti. Attraverso lo sviluppo di quelle attività che caratterizzano il budgetary control sarà possibile mettere a disposizione dell’Ente Locale uno strumento idoneo non solo per misurare correttamente gli obiettivi definiti ex ante, ma capace, altresì, di attribuire un valore preciso alle prestazioni eseguite per il loro raggiungimento. Solo in questo modo al concetto di “responsabilità” si potrà assegnare il reale significato, altrimenti servirà per legittimare la distribuzione di quote di ricchezza pubblica, senza aver ricevuto in contropartita un’analoga sensazione di soddisfacimento di bisogni.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suSemplice n° 5/Maggio 2013 con il titolo «Il controllo budgetario come strumento di valutazione delle prestazioni»

7 July 2013

C'era una volta

Ancora una volta il Bel Paese non ha saputo smentirsi: ce l'ha fatta! E' riuscito a dimostrare al mondo tutta la sua proverbiale mancanza di volontà nel cambiare cattive abitudini. Il popolo delle cariatidi ha preferito rispecchiarsi nell'età media del patrimonio artistico, culturale e storico. Tuttavia, se quest'ultimo ha un valore inestimabile e costituisce un motivo di orgoglio nazionale, lo stesso non si può dire per una classe politica di arcaica provenienza che, con inaudita forza, pretende ancora di voler dettare legge. Per questa ragione, coloro che scalpitano per fuoriuscire da filosofie di pensiero di origine preistorica, sono immediatamente eletti ad agnello sacrificale per sottoporli ad una lenta e progressiva epurazione dalla cerchia dei morti viventi. Il Museo degli Orrori ha da qualche mese riaperto i battenti, riuscendo nell'intento di attirare dentro di sé il meglio di ciò che potesse rappresentarlo all'esterno come tale. Ora è perfettamente in grado di mettere in mostra una parziale rinnovata collezione di opere d'arte capace di infliggere ai cittadini il peggio di ciò che si potessero aspettare. Il nuovo Sovrintendente all'archeologia ce l'ha messa tutta per sradicare quelle incrostazioni che, in passato, hanno impedito il regolare andamento degli affari. Non è stato però sufficientemente incisivo. Le ragnatele una volta tolte, con facilità tendono a riformarsi, offuscando la vista di quei giovani eletti che erroneamente hanno sempre creduto di poter mettere piede in un palazzo di vetro. Invece, là dentro nulla di nuovo può permettersi di nascere. I brontosauri non avrebbero la forza per sopportare uno shock così forte e violento. La minaccia sarebbe quella di una futura estinzione. Chiunque si permetta di proporre un cambio di posizione finirebbe per essere accusato di voler sovvertire l'ordine pubblico e correrebbe il rischio di essere giustiziato dalla gogna mediatica. Deve essere palesemente chiaro, fin dal primo giorno di apertura dei lavori, che i procedimenti di mummificazione delle attività devono durare almeno cinque anni, ossia il tempo necessario affinché i velociraptor possano appropriarsi di tutti i benefici. Ha poca importanza se, nel frattempo, la realtà dei fatti bussa insistentemente alla porta per implorare un significativo cambiamento di rotta. Una volta chiuse definitivamente le urne, il processo di putrefazione diventa irreversibile e non è più ammissibile qualsiasi proposta che chieda a gran voce di scoperchiare il sarcofago. Lo spettro di un sacrilegio aleggerebbe all'orizzonte con il rischio di risvegliare antichi fantasmi. Difficile dire quando e se questo incubo finirà. C'è da augurarsi possa avvenire presto, prima che spetti al mondo l'ingrato compito di riesumare ciò che resta e rilasciare un breve comunicato stampa: "C'era una volta l'Italia!".
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 05/Maggio 2013 con il titolo «C'era una volta»

29 June 2013

Poveri noi!

«Le distanze ci informano che siamo fragili» (LE VIBRAZIONI, “Vieni da me”, 2003). Mai prima d’ora il significato di simili parole è così appropriato allo scenario del nostro Paese. L’uso poi dell’articolo plurale rafforza ancor più la gravità del contesto nel quale viviamo ed in quello in cui ci troveremo presto a risiedere. Un Paese che, avendo il vizio di affidare a sterili norme le proprie sorti, incontra ancora notevoli difficoltà a ragionare in termini comprensoriali. Un popolo che, in qualunque direzione collochi la propria visione strategica, si limita sempre ad individuare un campanile dal quale allontanarsi, anziché tentare di far fronte comune per andare oltre le attuali difficoltà. D’altronde, se così non fosse, il titolo della canzone accennata all’inizio rappresenterebbe un’occasione troppo ghiotta per essere sfruttata. Meglio proseguire per la propria strada, in modo autonomo, sperando che dall’affermazione della propria identità emergano quei segni distintivi che un domani possano essere riconosciuti come un marchio di successo. In un ambiente dove l’unione dovrebbe fare la forza, è preferibile dotarsi di tanti eserciti di solitari dai quali, nel tempo, non potrà scaturire altro che una moltitudine di sconfitti, anziché un unico vincitore. Diventa così necessario possedere la consapevolezza che non è più sostenibile la pretesa di albergare in un’isola felice per il resto dei propri giorni. L’oceano che ci circonda è sempre più agitato ed è difficile prevedere la forma e la forza che manifesterà la tempesta che minacciosa si avvicina all’orizzonte. Occorre, pertanto, impegnarsi a gettare le basi di uno sviluppo che, al tempo stesso, abbia capacità e prospettive diverse da quelle che ormai appartengono alla storia. Infatti, se l’habitat naturale è così disastrato non è sicuramente per volontà di coloro che sono nella condizione di non poter disporre e decidere del proprio futuro, meno ancora delle generazioni che si trovano ancora allo stato embrionale. Non occorre andare lontano, è sufficiente guardarsi intorno, a 360 gradi, per rendersi conto che quella perla preziosa che da sempre ha rappresentato la stella polare del nostro paesaggio non ha più quelle potenzialità attrattive e ricettive per continuare a brillare di luce propria. Sono necessarie altre risorse in grado di generare energie alternative, portatrici di sostanze meno inquinanti. E’ per questa ragione che la forza motrice deve emanare da soggetti di elevata caratura morale e solidale, non da personaggi per i quali l’unico obiettivo da perseguire durante la temporanea esistenza terrena consiste solo ed esclusivamente nell’esaltazione del proprio ego. Tuttavia, anche il principio della solidarietà, anziché materializzarsi in un fattore critico di successo, continua a suscitare una preoccupante sensazione di turbamento ogni volta che lo si sente nominare. Ciò si verifica perché il concetto qui richiamato è spesso frainteso nella concezione di sottrarre qualcosa a chi lo possiede per darlo a chi si trova nella condizione opposta. Non esiste peggiore propaganda al significato di solidarietà che quello appena descritto! Non si tratta di colpire chi ha saputo per propri meriti costruirsi nel tempo un futuro migliore grazie a faticosi sacrifici, ma di sanzionare comportamenti di abuso e sopruso che hanno consentito l’accumulazione di ricchezze danneggiando coloro che ne avevano non tanto più diritto, ma merito. Ed il principio meritocratico, cui dovrebbe ispirarsi l’azione di qualsiasi forma di governo, non è quello che si riconosce in una posizione di forza o supremazia capace di schiacciare le legittime aspirazioni di altri. Spesso e volentieri questa qualità nasce e giace nelle componenti più deboli della società civile. Operando in questa direzione sarà così possibile creare le premesse per assicurare quel progresso sociale fatto anche, nei momenti più difficili, di politiche di austerità e rigore, purché esse siano costruite nella condivisione ed illuminate negli intenti. Come disse Aldo MORO, «non è il rigore che è intollerabile, ma l’ingiustizia. Nella serietà di una grande e difficile prospettiva politica, la democrazia non appare un ostacolo, ma una potente forza operosa nel senso di evoluzione sociale e dell’eguaglianza. E questo è l’essenziale». Non servono, quindi, tanti sforzi per individuare una via di uscita dalle attuali difficoltà. Il politico di turno deve possedere quella abilità e sensibilità di mettersi al servizio della collettività. E se l’attività svolta è improntata univocamente a rendere un servizio al popolo, allora deve saperne trarre le opportune conseguenze quando non è più in grado di offrire quel servizio pubblico che era stato chiamato a produrre, sopportandone in prima persona gli oneri del fallimento e non, come la cattiva abitudine ha insegnato, ribaltandoli su coloro che, al contrario, avrebbero dovuto percepire i prospettati benefici. Sono ormai finiti i tempi che si rispecchiano nello slogan «comunque vada sarà un successo» poiché se gli effetti della crisi economica devono essere sopportati da tutti, i primi a farne le spese dovrebbero essere coloro che hanno contribuito a provocarla o non sono stati capaci di attenuarne gli effetti dirompenti. Non è più ammissibile un sistema nel quale è l’incapacità ad essere premiata, mentre la meritocrazia affanna quotidianamente per trovare fonti di sopravvivenza. Come si può, quindi, pretendere che siano sempre gli altri ad adempiere al proprio dovere? E, nel contempo, come si possono avanzare pretese quando ci si trova in un posizione debitoria? Occorre sforzarsi per ricostruire un contesto sociale più equo nel quale la produzione o l’accaparramento della ricchezza non si traduca in un dovere o diritto di pochi intimi. In caso contrario, non ci si deve meravigliare se un domani ci troveremo di fronte a quel destino già sperimentato in materia di politica estera da Alcide DE GASPERI, ossia quello di girare «per il mondo povero e ramingo e spesso col cappello in mano, nei momenti più tristi in cui ci si doveva presentare innanzi ai vincitori». Esiste, però, una sostanziale differenza tra la situazione di ieri e quella di oggi nelle parole del compianto statista. All’epoca i vincitori erano coloro nei confronti dei quali il Paese si era incamminato verso una guerra e l’aveva persa. Oggi il Paese rischia di perdere un altro conflitto non verso terzi, ma nei confronti di sé stesso grazie a politiche inadeguate perché mirate a salvaguardare i privilegi (non i diritti) di chi senza merito si è arricchito a danno di altri. La ricchezza che nasce da fattori diversi dal vantaggio competitivo dovrebbe trovare una redistribuzione che tenga conto delle esternalità prodotte. In questo modo, sarà possibile riequilibrare il benessere sociale a vantaggio di tutti, altrimenti il pericolo è quello di generare ulteriori ingiustizie, spesso non visibili ad occhio nudo, ma percepibili non appena si entra in contatto con la realtà. Ed è sufficiente osservare ciò che accade in ogni ambito per rendersi conto che non esiste alcuna differenza da chi per anni si è riconosciuto in una parte politica piuttosto che nell’altra. Lo stesso DE GASPERI si era già accorto che «si parla molto di chi va a sinistra o a destra, ma il decisivo è andare avanti e andare avanti vuol dire che bisogna andare verso la giustizia sociale». Ma “andare avanti” non significa perpetuare lo status quo, perché significherebbe muoversi in senso orizzontale è creare le premesse per una duratura dilatazione della ineguaglianza. Il movimento, nel senso di cambiamento, deve orientarsi in altra direzione. A voler essere più precisi, «dobbiamo andare verso l’alto verso una libertà maggiore, non scendere in basso verso la schiavitù» (Luigi EINAUDI). Ed è proprio in questa discesa che si rischia di camminare, fino a quando si vorrà continuare a cantare «Facciamo finta che … tutto va ben, tutto va ben …» (Ombretta COLLI, “Facciamo finta che …!”, 1975).
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 29 giugno 2013 con il titolo «Poveri noi!»