1 February 2014

Il politicante della città perduta

L'approssimarsi di una competizione elettorale è sempre un'esperienza affascinante. E' come assistere ad uno spettacolo nel quale i diversi personaggi, noti o sconosciuti al pubblico, riescono ad intrecciarsi fra loro per sottoscrivere cartelli di alleanze, pronti per essere smentiti al sorgere del minimo sospetto. Un conto, però, è la finzione romanzata in un cortometraggio. Un altro è la realtà evidente che riserva la vita quotidiana. Se si preferisce accomodarsi in una sala cinematografica, è possibile rilassarsi con la proiezione del racconto di Edgar Rice BURROUGHS: "Tarzan - Il mistero della città perduta". E se si ha la pazienza di seguire, per filo e per segno, l'intera sceneggiatura, ci si potrà rendere conto dell'esistenza di qualche punto di contatto con lo scenario che precede, in un paese, la chiamata alle urne. Infatti, alla vigilia di una scadenza elettorale, il Cittadino è perennemente turbato da un incubo ricorrente, nel quale intravede la sua città minacciata. Proprio come nel film, quando Jane PORTER, in procinto di unirsi in matrimonio con Tarzan, è sconvolta da un sogno premonitore, nel quale avverte che il suo paese è in pericolo. L'inquietudine che perseguita il Cittadino, però, lo spinge ad aprire gli occhi per evitare che la città nella quale alberga possa essere depredata di quelle poche risorse, naturali e non, che ancora è in grado di offrire e che gli appartengono a tutti gli effetti. Ed è proprio a questo punto che le strade (o meglio, le trame) si dividono. Come in tutti i racconti fantastici, la vicenda si indirizza verso un lieto fine. La realtà dei fatti, al contrario, tende ad incamminarsi lentamente per sentieri impervi e misteriosi. Infatti, mentre Tarzan, per difendere il paese dai predoni, passa acrobaticamente da una liana ad un'altra, nella realtà gli abitanti di una città assistono ad uno spettacolo completamente diverso. E' il politicante che passa da una recluta ad un'altra nella speranza di mettere insieme un esercito di marionette in grado di sconfiggere gli antagonisti. Ma il grattacapo che attanaglia il politicante (non certo il politico con la "P" maiuscola) è che, spesso e volentieri, tende a comportarsi come un assorbente. Il suo scopo non è quello di pensare, riflettere, ponderare e valutare (perché non ne è capace), ma quello di captare le idee degli altri, ossia dei cosiddetti "uomini della strada" per poter cucinare il suo minestrone di programma. Il problema che sorge in seguito a questa tipologia di condotta organizzativa sfocia nell'improvvisazione, nell'incoerenza della programmazione e, logicamente, nella superficialità delle decisioni. Ciò si verifica poiché quando si partorisce un'idea, il pensatore generalmente la esplode nelle sue potenziali conseguenze, cercando di individuare il percorso critico ottimale per realizzarla. Se, al contrario, si copia (o si ruba) l'altrui idea, si corre il rischio di ignorarne le origini, le finalità e gli strumenti attuativi, con la triste conseguenza di dar vita ad un mostro. In aggiunta, la scivolosità (intesa come sinonimo di "viscidità", la cui cacofonia è poco gradevole) di certi politicanti si manifesta in maniera assai subdola e consiste in corteggiamenti, complimenti e incoraggiamenti, per poi sfociare, dopo aver avvolto la vittima di saliva, in promesse di candidature che, in occasione di incontri "carbonari" sono prontamente smentite per potersi garantire l'appoggio di qualche "potente". Questi personaggi credono, in cuor loro, di avere qualcosa di vischioso, nel senso che, una volta adocchiata la recluta (spesso considerata alla stregua di un novellino o di un pivello) e addolcito il piatto, questa rimane attaccata come l'insetto sulla ragnatela. Ed è proprio allora che emerge la puerilità di certi atteggiamenti, fatti di vezzeggiativi che racchiudono in sé elementi dispregiativi, che si collocano oltre il confine del rispetto e della stima. Peccato che questa filosofia comportamentale era già stata ben descritta dallo psicologo canadese Eric Leonard BERNSTEIN, creatore della teoria dell'analisi transazionale, nel libro "What do you say after you say hello?" (Grove Press, 1972). Anche se il riferimento originario era al contesto lavorativo, non sussiste alcuna difficoltà nel calarne la morale in ambito politico, per lasciare al lettore o al politicante la libertà di potergli dare l'interpretazione che meglio si adatta alla propria personalità: «Cosa attribuisce al dirigente superiore il "diritto" di parlare ad un operaio come ad un bambino? Aiutando le persone a notare il modo in cui si comportano, è possibile aiutarle anche a cambiare il loro approccio in modo costruttivo, così da evitare irritazioni e spiacevolezze».
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 01 febbraio 2014 con il titolo «Il politicante della città perduta»

29 January 2014

La produttività dei miracoli

Parlare di produttività del lavoro in Italia è sempre stato un tabù. Non appena si pronuncia questa parola magica, scattano immediatamente rivendicazioni sindacali tali da indurre i promotori dell’argomento ad innescare rapidamente la retromarcia su qualsiasi proposta orientata in questa direzione. La crisi economica, che ormai si trascina da qualche anno e non lascia intravvedere all’orizzonte una definitiva via d’uscita, non permette di incrementare ulteriormente sia il costo del lavoro, sia quello legato ad ulteriori investimenti. Si rischierebbe il collasso del sistema produttivo su sé stesso e la fine di qualsiasi pretesa non solo salariale, ma anche occupazionale. L’Italia si sta lentamente incamminando dentro un circolo vizioso dal quale poi sarà difficile venirne fuori se non con politiche/strategie al limite della sopportazione. Occorre già ora mettere in moto meccanismi correttivi capaci di produrre quella “grande spinta” in grado di riportare il Paese lungo il cammino della crescita economica. I benefici occupazionali e salariali seguiranno automaticamente a ruota. Deve essere chiaro sin dall’inizio della discussione che non è dall’aumento delle retribuzioni o dalla riduzione della disoccupazione che si genera una maggiore produttività. E' proprio l’esatto contrario. Occorre, tuttavia, avere la pazienza di attendere che i benefici siano capitalizzati prima di agire sul secondo fronte. Purtroppo, oggi, non si vuole più aspettare. Chi è preposto alla difesa dei lavoratori pretende “tutto e subito” e non è disposto a valutare costruttivamente altre potenziali alternative. Se non si metteranno in discussione questi comportamenti organizzativi, presto ci si dovrà rendere conto che a farne le spese saranno solo i lavoratori, che dovranno miseramente accettare “niente e mai”. E' necessario prendere coscienza che aumentare il rendimento del lavoro significa solamente incrementare la produzione di “olio di gomito”, senza poter avere nell’immediato alcuna contropartita, ma solo la consapevolezza che ciò rappresenta un proficuo investimento per la crescita economica ed il miglioramento delle dinamiche occupazionali e salariali. E' da questa prospettiva che si deve affrontare il problema e non attraverso obsolete miopie strategiche che nel tempo non hanno mai prodotto alcun risultato, se non quello di aver peggiorato situazioni pregresse. Non si può demolire un qualcosa che non esiste. Per poter distruggere, nel senso di assorbire/consumare/redistribuire, la ricchezza occorre prima di tutto edificare le premesse per una sua perpetua creazione nel tempo. In alternativa, si dovrà tristemente prendere atto che si sta progressivamente distruggendo, in questo caso nel vero senso della parola, quelle poche risorse che ancora sono rimaste.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 10-11/Ottobre-Novembre 2013 con il titolo «La produttività dei miracoli»

18 January 2014

L'insostenibile ignoranza dell'essere

L'inarrestabile progresso tecnologico comporta, da un lato, un perpetuo mutamento sia dei bisogni collettivi, sia delle tecniche da adottare per il loro soddisfacimento e, dall'altro, una crescente riduzione dei tempi a disposizione del pertinente processo decisionale. Oggi, non è più possibile insistere nel sostenere filosofie di pensiero che rispolverano soluzioni arcaiche, anche se sperimentate e collaudate con successo. Esse, infatti, non solo sono state le principali responsabili degli odierni problemi, ma non sono mai state sottoposte ad una revisione critica perché, una volta individuate, si è pensato, erroneamente, che potessero essere valide per l'eternità. Poiché il processo di sviluppo è, per definizione, destinato a migliorare istantaneamente lo stato dell'arte (altrimenti si chiamerebbe diversamente), i decisori pubblici di preistorica provenienza risultano scarsamente adeguati a guidare un Paese. Infatti, se il processo di crescita non è stato accompagnato da un analogo sviluppo della conoscenza, i meccanismi decisionali sono rimasti ancorati a stereotipi che, benché fondati sull'esperienza, sono palesemente "old fashioned". Ed il pericolo di affidare la guida di un Paese a simili personaggi è insita nel loro stesso comportamento, spesso autoreferenziale e autoritario, che li spinge a credere di non aver bisogno di sottoporsi ad alcuna operazione di lifting. Anche se riferito ad un'Organizzazione privata, la sostanza non si discosta da quanto affermato da Robert D. HAAS, manager della LEVI STRAUSS & Company: «In un ambiente aziendale sempre più incostante e dinamico, i controlli devono essere concettuali. Sono le idee a controllare, non i dirigenti in possesso di autorità». Questo concetto elementare, peraltro, era già stato messo in evidenza, nel lontano 1861, da John Emerich Edward DALBERG-ACTON, storico e politico britannico, meglio noto alle cronache come Lord ACTON. Con parole magistrali aveva sostenuto che: «Ci sono due cose che non possono essere attaccate frontalmente: l'ignoranza e la ristrettezza mentale. Le si può soltanto scuotere con il semplice sviluppo delle qualità opposte. Non tollerano la discussione». Da ciò deriva la semplice constatazione che se i due elementi distintivi citati non possono essere fronteggiati direttamente, allora l'alternativa consiste nella loro rimozione. E l'unica strada percorribile è quella di orientare la propria preferenza elettorale in opposta direzione. Infatti, se ciò non dovesse accadere ed il potere rimanesse in mano a soggetti che predicano il rinnovamento, ma nella continuità, l'unica via da imboccare è quella di fuga. Dello stesso avviso è il pensiero elaborato recentemente da Giovanni SORIANO ("Malomondo - In lode della stupidità", 2013), che illustra senza mezzi termini la soluzione più idonea se dovesse prevalere questa circostanza: «Quando ci si trova dinanzi l'ignoranza - se non l'aperta stupidità - mista alla presunzione, è il momento di darsela a gambe. E anche in fretta». Sarà forse questo uno dei motivi che hanno influenzato negativamente il tasso di residenzialità di un paese? Difficile sostenerlo, ma potrebbe essere interessante approfondire l'analisi dinamica del fenomeno. Quindi, è opportuno porre l'accento su un principio cardine: «L'unico pericolo sociale è l'ignoranza». Lo aveva sostenuto Victor HUGO ne "I miserabili" (1862). Alla luce dei fatti, quell'appello pare sia stato sempre inascoltato: l'ignoranza ha reso miserabile il Cittadino, nel senso che ha contribuito a peggiorarne il benessere e la condizione sociale. Anche SOCRATE, nel III secolo, aveva già intravisto, nella sua lungimirante visione, la pericolosità di questa caratteristica intellettuale. Il filosofo greco aveva sancito che «esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l'ignoranza». Viene, quindi, da chiedersi come sia stato possibile che, nel corso dei secoli, abbia sempre prevalso il maligno sul suo antagonista. La conoscenza è oggi vista come una risorsa intellettuale da sfruttare nei paesi che sanno attribuire alla meritocrazia il giusto valore. In Italia, e a livello locale ancor più marcatamente, i soggetti in possesso di conoscenza sono tacciati di supponenza, di presunzione e, spesso, passano per antipatici. Al contrario, sono individui educati a dire o scrivere ciò che pensano e con cognizione di causa. Ed è proprio la ragione logica delle loro elaborate riflessioni che infastidisce o irrita il prossimo, perché non lascia spazio ad altre interpretazioni se non quelle che le parole usate vogliono realmente significare. Ma anche in queste specifiche circostanze si inseriscono subdoli personaggi, che la dottrina identifica negli "yesman" (o più volgarmente, secondo la dottrina anglosassone, "asslicker"), che sostengono di aver capito l'esatto contrario solo per il ludico fine di intorbidire le acque, fuorviando ed ingannando l'innocente lettore per timore di perderne il consenso. Eppure non dovrebbero esserci difficoltà nel percepire che si tratta di individui per i quali, per dirla con le parole del giornalista e saggista americano Henry Louis MENCKEN, «è difficile far capire qualcosa ad un uomo il cui reddito dipenda dal suo non capire». Anche in questa occasione emerge con prepotenza non solo quell'insostenibile ignoranza dell'essere che campa sul servilismo, ma anche quella che caratterizza la stupidità del padrone. Ed è proprio Charles-Louis de MONTESQUIEU che, ne "Lo spirito delle Leggi" (1748), disegna questo quadro: «L'obbedienza estrema presuppone ignoranza in colui che obbedisce; la presuppone anche in colui che comanda; questi non ha da deliberare, da dubitare, da ragionare, non ha che da volere». Non è forse giunto il momento di far tesoro dell'insegnamento ricevuto da bambini per far comprendere a questi personaggi che "l'erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del Re?".
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 18 gennaio 2014 con il titolo «L'insostenibile ignoranza dell'essere»

5 January 2014

Promesse al vento

«Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione». Quante volte abbiamo ascoltato questo ritornello cantilenante? Difficile dirlo con esattezza. Eppure, in prima approssimazione, sarebbe sufficiente una semplice operazione aritmetica: moltiplicare il numero dei Governi che, dal dopoguerra ad oggi, si sono avvicendati per il numero dei Ministri che sono stati nominati. Ma quanto di vero e rispettoso per le Istituzioni si può rintracciare in quella formula magica recitata all’inizio di ogni legislatura, in occasione di eventuali rimpasti o formazione di nuove maggioranze? Anche in questa circostanza è abbastanza arduo tentare di fornire una risposta precisa. Con un distinguo, però, rispetto al medesimo interrogativo posto all’inizio di questa breve riflessione. Nel primo caso, infatti, il numero ricercato tende ad un ipotetico “infinito”, per sottolineare che si tratta, comunque, di una cifra elevata. Nel secondo caso, al contrario, il numero da decifrare tende ad un intorno ravvicinato di “zero”, per rendere l’idea che appaiono rare le volte in cui la formula adoperata è rispettata alla lettera. Come leggere o interpretare il significato di un giuramento di tale tenore alla luce di vicende che, nel corso degli anni, si sono via via succedute? Come attribuire validità e veridicità ad una recita nelle mani del Presidente della Repubblica? Come valutare ogni successiva critica da parte dei Ministri al delicato, quanto prezioso, lavoro dei Magistrati ed al contenuto delle Sentenze? Come decodificare ogni proposta di legge, che spesso porta orgogliosamente il nome dei Ministri proponenti, di fronte ad una successiva dichiarazione di incostituzionalità pronunciata dalla “Consulta”? Tutti interrogativi legittimi, destinati ad un serio approfondimento per non rimanere senza risposta. Eppure, una soluzione la si potrebbe facilmente individuare nell’adottare un comportamento votato al rispetto di quelle Istituzioni nei confronti delle quali si è proprio giurato fedeltà all’inizio di un mandato governativo: decadenza automatica dalla carica, senza alcuna possibilità di appellarsi al Parlamento per un voto di convalida. Questa soluzione potrebbe rappresentare un meccanismo molto semplice per conferire un valore più elevato alla pratica del giuramento e garantire l’assunzione di senso di responsabilità nell’esercizio del proprio mandato. In caso contrario, quella formula potrebbe tradursi in un rito inutile che va a rafforzare l’idea, ormai diffusa, che in Italia tutto si fa per poi non essere rispettato, alla stregua di una promessa non mantenuta che, nel caso di un giuramento, trova la sua essenza vitale.
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suIl Nuovo Picchio n° 1o-11/Ottobre-Novembre 2013 con il titolo «Giuramento di fedeltà alla Repubblica, promesse al vento»

21 December 2013

TARES/TARSU: dov'è l'errore?

Con l'approssimarsi del Natale non è arrivata la neve, ma l'ultima rata da pagare della TARES. Lo ha fatto in sordina, minacciando di lasciare in bianco le agognate festività di fine anno ed i sogni di migliaia di Cittadini. Il botto ha fatto immediatamente seguito, anche se non è stato quello della mezzanotte di San Silvestro a salutare la nascita del 2014. Dopo un anno trascorso ad assistere alle più o meno feroci polemiche politiche su come accomodare meglio le natiche sulle poltrone e accavallare le gambe sotto il tavolo, i Cittadini hanno dignitosamente espresso la loro contrarietà a dover essere sempre chiamati a pagare il conto, senza mai partecipare al pertinente banchetto. E così, stufi di sopportare un carico fiscale improntato sulla propaganda che "tassare è di moda", i Contribuenti sono riusciti a mettere all'angolo gli Amministratori locali, facendone emergere una imbarazzante inadeguatezza a risolvere i problemi della comunità di riferimento con lo sguardo rivolto alle esigenze dei Cittadini, non altrove. Di fronte alla protesta, hanno iniziato a venire a galla le cosiddette "verità nascoste" di un sistema legislativo, tributario, amministrativo e organizzativo, plasmato ad hoc per ribaltare sui Cittadini l'onere di una situazione che sta speditamente dirigendosi verso un collasso generalizzato. Pare, ed il condizionale è d'obbligo in mezzo a certi cavilli, che si sia aperto uno spiraglio per una riesumazione della vecchia tassa, ossia TARSU anziché TARES. Un differente acronimo per segnalare che la sostanza è simile, ma profondamente diversa, specie per ciò che concerne gli importi recapitati ai Cittadini. Sembra, infatti, assurdo che un ritorno al passato possa essere adottato solo ed esclusivamente da quelle Amministrazioni locali che, in perfetto stile "Made in Italy", non hanno ancora approvato il Bilancio di Previsione per l'anno in corso (considerando il fatto che siamo appunto alla fine dell'esercizio finanziario cui lo stesso bilancio dovrebbe riferirsi). Una beffa mirata a sancire definitivamente che il merito alberga da un'altra parte e non appartiene a quelle Amministrazioni che la prassi spesso definisce impropriamente "virtuose", avendo voluto dimostrare la loro efficienza tecnica ed operativa. Ma i fatti non lasciano alcuno scampo, mentre le storie raccontate fino ad oggi e sbandierate a suon di proclami paiono senza evidenza. Se da un lato un'Amministrazione locale avrebbe potuto adoperarsi in direzione di una differente modulazione tariffaria, riformulando adeguatamente i meccanismi di calcolo e imputazione degli oneri da coprire, evitando mirabolanti "artifizi contabili", tali da far rivoltare nella tomba i padri costituenti della contabilità, dall'altro avrebbe ugualmente potuto sfruttare la sessione dedicata all'assestamento del bilancio per migliorare la TARES, riportandola lungo le parallele di equità disegnate dalla TARSU. Ma questo non è stato fatto, facendo sorgere il legittimo sospetto di domandarsi: «Perché?». A conti fatti, l'opportunità offerta da una torta con l'ingrediente TARES era troppo ghiotta. Avrebbe potuto consentire di liberare risorse aggiuntive (oltre a quelle messe a disposizione da un'applicazione, non obbligatoria, della "addizionale IRPEF") per finanziare ciò che eventualmente, nel corso del mandato, non era stato fatto. A maggior ragione, se tutto ciò si analizza nella prospettiva che la luce in fondo al tunnel è rappresentata dall'avvicinarsi di una competizione elettorale, allora sì che il bilancio potrebbe veramente quadrare. Quindi, è alquanto triste dover appurare e, a malavoglia, prendere atto che, una volta servita la frittata su un piatto d'argento, ci si è resi conto che l'altra faccia era palesemente bruciata. Ecco perché, nello sforzo di trovare un alibi, un'Amministrazione in carica potrebbe decidere di ascoltare le sollecitazione provenienti dai Cittadini, dopo che, nel corso dell'anno, le altre forze politiche si erano prodigate con tutte le salse a loro disposizione per far comprendere che ciò che stava bollendo in pentola avrebbe potuto rivelarsi una medicina molto amara per i Cittadini. Ma ormai il pranzo è servito! La recita di un'eventuale "mea culpa" sia pubblicamente, sia a mezzo stampa, si potrebbe configurare agli occhi dei Contribuenti come esercitata a tempo ormai scaduto. Meriterebbe, quindi, di essere rispedita al mittente perché, se da un lato, si può chiamare in causa il principio ispiratore della "diligenza del buon padre di famiglia" nel programmare le finanze per l'anno futuro, dall'altro, si rischia di tralasciare volutamente le grida di allarme provenienti dal tessuto economico e sociale della Comunità amministrata. In altre parole, sarebbe come reclamare di volersi atteggiare a buon padre di famiglia senza, però, avere né moglie, né figli. E così, anziché modificare la rotta di una compagine che si sta dirigendo, con le sue forze, verso gli scogli, si sta tentando inutilmente di porvi un improvvisato rimedio, organizzando una manovra disperata affidata ad un "inchino" di scuse, dimenticandosi che la nave si è ormai incagliata ed è prossima ad affondare, con la conseguenza che nessuno potrà restituire ciò che è stato sottratto a coloro che con enormi sacrifici hanno sopportato questo superficiale disinteresse nei loro confronti. Le sorti restano, quindi, appese all'ultima speranza, così come la calza rimane agganciata al camino in attesa che i doni della Befana possano addolcire il nuovo anno e la fine delle festività. La parola, poi, sarà affidata alla giuria dei Cittadini che finalmente avranno la possibilità di sentenziare se assolvere un'Amministrazione in carica per "mancanza di TARSU" oppure condannarla senza appello in occasione della prossima consultazione elettorale. Ad oggi, non resta che aspettare gli auguri alla Cittadinanza, senza però meravigliarsi se l'Amministrazione commetterà un lapsus freudiano auspicando: «Buon NaTARES a tutti!».
AutoreEmanuele COSTA
Pubblicato suwww.tigulliana.org (nella Rubrica "Diritto di Parola") del 21 dicembre 2013 con il titolo «TARES/TARSU: dov'è l'errore?»